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Perché gli Uiguri sono ancora più in pericolo con l’ascesa del Talebani

la Cina promette sostegno economico in cambio della “sicurezza nello Xinjiang”

Il portavoce del ministero degli Esteri cinese Wang Wenbin ha salutato positivamente il nuovo governo formato dai talebani, sul quale si è espresso dicendo: “È stato un passo necessario per il ripristino dell'ordine interno e della ricostruzione postbellica”. È una dichiarazione che non stupisce visti i rapporti politici che da tempo intercorrono fra le due parti. La Cina ha infatti molto da guadagnare da un “processo di stabilità” in Afghanistan mentre i talebani necessitano del sostegno economico della superpotenza cinese e del riconoscimento internazionale per il quale la Cina potrebbe essere un alleato forte. Già il 28 luglio il ministro degli Esteri cinese Wang Yi aveva incontrato a Tianjin (città portuale nel Nord-est della Cina) una delegazione talebana guidata dal mullah Abdul Ghani Baradar (vicinissimo del mullah Omar che come annunciato sarà il vicepremier del nuovo governo), per discutere del processo di pace afghano.

La minoranza musulmana degli uiguri - perseguitata dal governo cinese e da esso rinchiusa nei “campi di rieducazione” in quanto considerata portatrice della minaccia terroristica islamica nel Paese - si inserisce in questo quadro in ragione del fatto che essa abita la regione autonoma dello Xinjiang, passaggio obbligato nei progetti della Nuova via della seta, confinante per un breve ma importantissimo tratto con l’Afghanistan. Pechino teme per la stabilità di quest’area fondamentale per i propri interessi economici (per i quali la minaccia del separatismo uiguro rappresenta un problema fatto confluire strategicamente all’interno del concetto generale di “terrorismo”) e vuole evitare che l’Afghanistan nelle mani dei talebani diventi una nuova base per i jihadisti uiguri. Nello Xinjiang cinese più di un milione di uiguri sono già rinchiusi in campi di lavoro forzato, sono perseguitati, torturati, ridotti a condizioni di vita inumane.

Gli uiguiri che attualmente si trovano in Afghanistan hanno ragione quindi di temere (come successo già in altri Paesi) di poter essere arrestati e deportati in Cina, dalla quale in tanti oltretutto provengono - molti degli uiguri afghani sono immigrati di seconda generazione i cui genitori sono fuggiti dalla Cina decenni fa, prima che iniziasse l'attuale repressione e le loro carte d'identità afghane riportano ancora "uiguro" o "rifugiato cinese” - e della quale tutti, pur non essendoci spesso mai stati, conoscono la politica contro il proprio popolo. "Questa è la più grande paura per gli uiguri in Afghanistan in questo momento", ha raccontato un uomo uiguro a Kabul alla BBC. "Temiamo che i talebani aiutino la Cina a controllare i nostri movimenti, o che ci arrestino e ci consegnino.” “Siamo come morti viventi, abbiamo troppa paura persino per uscire di casa”, ha detto un altro.

Se da un lato la storia afghana parla di connessioni da tempo esistenti tra i talebani e i militanti uiguri, è altrettanto vero che al momento la priorità del regime è cercare una stabilità economica e la cooperazione con la Cina è di fondamentale importanza in questo senso. Gli uiguri potrebbero quindi trasformarsi in una sorta di merce di scambio: la Cina compra la propria sicurezza con investimenti, tecnologia e infrastrutture e l’Afghanistan promette in cambio che “il proprio Paese non sarà utilizzato da gruppi terroristi per colpire la Cina”. A conferma di questo accordo, vi è quanto riportato dal rapporto dell’Easo (Ufficio europeo di sostegno per l’asilo) sulla base di testimonianze sul campo: “La Cina starebbe cercando da tempo di raggiungere accordi con i talebani sulla questione dei loro legami con i gruppi uiguri”. Una dichiarazione di collaborazione che porta dunque con sé il rischio concreto che molti altri uiguri, oltre a quelli già perseguitati in Cina, diventino vittime della repressione che il Parlamento europeo ha già denunciato come potenziale genocidio.

10 settembre 2021

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