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Carta delle responsabilità 2017

La Carta delle responsabilità 2017 nasce dalla riflessione collettiva proposta da Gariwo con il ciclo di incontri La crisi dell’Europa e i Giusti del nostro tempo, organizzato in collaborazione con il Teatro Franco Parenti - Accademia del Presente e con il patrocinio dell’Università degli Studi di Milano e della Fondazione Corriere della Sera.

Nei passaggi più complicati e drammatici della storia dell’umanità ci si è spesso chiesti che cosa significhi essere responsabili nel proprio tempo. Alcuni uomini, molte volte in solitudine, si sono fatti carico di quanti erano esclusi e perseguitati a causa di leggi ingiuste e si sono assunti l’onere di difendere la dignità umana calpestata.

I protagonisti di queste azioni non solo hanno cercato di porre un argine ai disastri della cattiva politica, ma hanno lasciato delle tracce che sono poi servite alla ricostruzione di un mondo lacerato. Senza l’iniziativa di donne e uomini giusti non ci sarebbe stata la sconfitta del nazismo e del totalitarismo sovietico e la nascita della comunità europea.

Questi individui ci hanno insegnato che l’agire morale, anche se spesso sembra dare scarsi risultati, con il tempo può provocare un effetto a catena e un movimento di emulazione. Ciò che sembrava impossibile e opera soltanto di uomini considerati dai più come visionari, ingenui e solitari, riesce a influenzare il comportamento degli altri uomini e persino a modificare la politica degli Stati e dei governi.

Anche oggi chi agisce con responsabilità e sente la voce del proprio cuore, della ragione e della coscienza, può creare degli effetti insperati in un mondo complicato che sembra andare in una cattiva direzione.

Improvvisamente ci siamo accorti che il progresso economico non è per nulla scontato e che il periodo di pace e di conquiste democratiche può venire meno anche in Europa. Ci potremmo ritrovare da un giorno all’altro ad affrontare nuove guerre, se non si pone un argine al riemergere dei nazionalismi e della cultura dell’odio.

Come aveva intuito Shakespeare nell’Amleto, l’uomo virtuoso è chiamato a rimettere in sesto il corso di quel “tempo scardinato” nel quale gli è capitato di vivere.

Ogni persona può fare la differenza di fronte a tanti fenomeni degenerativi che, come accaduto nel passato, raccolgono grande consenso e ai quali molti si abituano con un sentimento di impotenza e di rassegnazione.

Ogni essere umano può essere l’artefice di un nuovo inizio.

Come quel fruttivendolo di Praga che decise di rimuovere dal suo negozio il cartello del conformismo: la sua azione fu così il primo passo per spingere la storia in una nuova direzione e il suo esempio chiamò a raccolta tanti altri uomini.

Lo scrittore e dissidente (futuro primo presidente della Cecoslovacchia) Vaclav Havel chiamò questa opportunità rigeneratrice il potere dei senza potere che si realizza quando uomini di diversa estrazione si mettono assieme per affrontare le sfide del tempo, riconoscendo che ognuno non può fare a meno degli altri perché ogni essere umano è portatore di una fragilità, di una fallibilità, di una verità parziale, di una differenza che però di volta in volta si può ricomporre nel dialogo e nell’esperienza comune.

È questo straordinario processo di autoeducazione che fa comprendere agli uomini come il vero potere non nasca dal singolo, ma dal costruire insieme, superando la convinzione che una nuova società si debba edificare attorno all’idea del nemico.

Forse mai come nel nostro tempo, gli uomini, gli Stati, le organizzazioni sovranazionali, se non vogliono precipitare nel baratro, devono collaborare per affrontare le enormi sfide che riguardano la stessa sopravvivenza del pianeta: la povertà, i cambiamenti climatici, le migrazioni, i focolai di guerra. La cultura della chiusura, della separatezza, fino a riproporre la contrapposizione e l’odio verso l’altro, poggia sull’illusione dell’autosufficienza del singolo, come della propria nazione rispetto al mondo, e ci rende tutti in realtà molto più deboli e nemici gli uni degli altri.

Il riconoscimento della propria fragilità è l’elemento costitutivo della solidarietà e della comune umanità, fino all’esperienza più difficile nelle relazioni umane: quella del perdono.

Chi riconosce la fragilità degli esseri umani è forse l’uomo più capace di aprirsi agli altri. Egli non si preoccupa solo di non nuocere e di prendere le distanze da ciò che non funziona nella società, ma agisce venendo incontro ai bisogni degli altri e assumendosi una responsabilità:

  • ai violenti risponde con la non violenza;
  • agli xenofobi risponde con l’accoglienza;
  • a chi fomenta l’odio e il disprezzo risponde con l’amicizia;
  • a chi vuole muri risponde costruendo ponti.

Ha infatti compreso che per sconfiggere il male, bisogna anticipare il bene.
In questo modo, come è accaduto a tanti giusti nella storia, che hanno riempito uno spazio vuoto e hanno costruito piccole isole di umanità, l’uomo responsabile nel suo ambito di sovranità offre il suo contributo per raddrizzare il mondo. Il suo esempio può diventare contagioso e accendere una scintilla tra gli altri uomini.

Egli con un atto di bene richiama tutti ad agire insieme in nome della comune umanità.

Un nuovo inizio comincia con la sfida all’indifferenza.

Ci siamo purtroppo abituati all’idea che di fronte ai genocidi e alle atrocità di massa si possa soltanto essere spettatori passivi. Il filosofo Theodor W. Adorno constatava amaramente che nessuno perdeva l’appetito guardando in televisione, all’ora di cena, i devastanti bombardamenti in Vietnam. Eppure ci furono molti, in ogni parte del mondo, a scendere in piazza per manifestare, convinti che fosse possibile fermare quella guerra. Oggi, la distruzione della Siria e i crimini contro l’umanità perpetrati dall’Isis ci dicono che siamo ancora lontani da una politica internazionale di prevenzione dei genocidi. Ma tutto questo non è ineluttabile. Ogni uomo può diventare protagonista non solo nel denunciare le atrocità di massa sui social network e nella vita pubblica, ma anche nel ricordare alla politica che il comandamento “non uccidere” dovrebbe essere il primo imperativo etico nelle relazioni internazionali.

Ognuno di noi deve richiamare l'Europa a esercitare un ruolo attivo nell'interruzione dei genocidi, nel rendere efficaci i tribunali penali internazionali, nella denuncia di ogni forma di negazionismo e nella messa in opera di pratiche di conciliazione e di pacificazione di fronte alle guerre e ai conflitti.

Se questo vuoto non verrà colmato, le Giornate della memoria rischiano di trasformarsi in un esercizio di retorica e di ipocrisia. La responsabilità verso le vittime del passato si dimostra inadeguata quando viene meno la cura e la misericordia verso chi viene umiliato nel nostro tempo. Per questo motivo è uno scandalo morale che l’emergenza dei migranti non trovi una risposta comune dell’Europa per dare un futuro economico ai Paesi in cui gli esseri umani patiscono condizioni di vita inaccettabili, e che si consideri l’accoglienza come la fine della civiltà occidentale, vedendo nei migranti i nemici del nostro benessere e del nostro futuro. È inammissibile che il peso di questa responsabilità sia affidato alla volontà dei singoli Paesi, mentre la maggioranza rimane indifferente o chiude le frontiere.

Di fronte poi alla violenza terroristica e all'oscurantismo religioso non ci sono scorciatoie. La paura per un fenomeno che colpisce a caso le persone e che vuole creare divisione e contrapposizione tra uomini di religioni e di culture diverse può venire superata solo se si crea un percorso credibile che porti alla sua fine.

Ogni individuo dovrebbe interrogarsi su cosa fare per arrestare la violenza terroristica. Quando sappiamo con chiarezza quale strada percorrere, non siamo più condizionati dal ricatto del fanatismo omicida.

Il primo passo è la comprensione dell’ideologia che guida i terroristi, perché senza una battaglia culturale sui valori non è possibile sottrarre i giovani alla seduzione del fanatismo integralista. Non c’è ideologia totalitaria che non sia stata prima di tutto sconfitta sul piano delle idee. Il secondo passo, assolutamente indispensabile, è il coinvolgimento delle comunità musulmane in un movimento plurale di resistenza morale che veda assieme laici e religiosi di tutte le fedi.

Da coloro che credono nell’Islam e in qualsiasi religione deve emergere un messaggio forte e chiaro. Quando in nome di Dio si uccide e si trova la giustificazione per compiere atti barbari, come ha scritto Etty Hillesum poco prima di morire ad Auschwitz, in realtà si uccide Dio stesso. Ecco perché gli uomini, nelle circostanze peggiori, sono chiamati a difendere Dio da coloro che lo vorrebbero trasformare in un feroce criminale.

Un nuovo inizio è possibile quando si ritrova l’orgoglio di essere cittadini europei senza cadere nell’illusione che il ritorno alle piccole patrie, alle sovranità locali, al protezionismo, possa aiutarci ad affrontare le contraddizioni della globalizzazione e i limiti della costruzione europea.

Non basta più dire cosa l’Europa non ha fatto per noi, con l’atteggiamento rissoso di chi elenca soltanto le proprie rivendicazioni, ma ognuno dovrebbe cominciare a chiedersi cosa può fare per il rafforzamento della comunità europea.

L’Europa, con tutti i suoi difetti, ci ha dato la possibilità di vivere uno straordinario periodo di pace dopo il suicidio collettivo di due guerre mondiali. Il sogno europeo di grandi scrittori come Milan Kundera e Czesław Miłosz è stato l’ideale propulsivo che ha permesso la realizzazione di un miracolo inimmaginabile nei Paesi dell’Est europeo fino al 1989: la fine pacifica del sistema totalitario sovietico e la ricomposizione di una identità lacerata. L’Europa ci ha permesso di consolidare un sistema democratico che ha esteso le libertà e i diritti dei cittadini, delle donne, di tutte le minoranze: è stata per anni il motore della crescita economica, creando un benessere diffuso.

Tornare indietro non solo significherebbe rimuovere la memoria storica, ma riaprire un periodo di contrapposizioni, di rivalità che ci farebbe ripiombare negli abissi peggiori del passato e porterebbe il nostro continente a diventare irrilevante nel contesto internazionale.

È tempo di mettere in moto le nostre migliori energie per realizzare un progetto federale che crei istituzioni democratiche e sovrane, nelle quali i cittadini europei possano riconoscere la loro appartenenza e lavorare per una comunità europea che aiuti lo sviluppo dei Paesi più deboli.

Il mondo di oggi lacerato, disordinato e violento, senza punti di riferimento, ma con tante potenze che puntano a una pericolosa egemonia, ha bisogno del ruolo dell’Europa. Noi europei siamo forse in grado di offrire una cultura che può portare alla risoluzione pacifica dei conflitti. Perché, da un lato, siamo capaci di pensare il mondo, con uno sguardo universale e cosmopolita, e, dall’altro, con la nostra storia abbiamo faticosamente creato istituzioni in grado di gestire la pluralità e la differenza, i conflitti sociali, il rapporto tra Stato e religione. Da esperienze laceranti, come i totalitarismi, siamo stati capaci di sviluppare gli antidoti per evitare la reductio ad unum della società umana. L’Europa dovrebbe far sentire la propria voce in modo più autorevole per denunciare l’antisemitismo, l’omofobia e ogni altra forma di discriminazione, e promuovere l’emancipazione femminile e il rispetto dei diritti umani. Lo può fare con l’esempio delle sue istituzioni, ma anche con una politica estera coraggiosa.

Lo aveva sottolineato il filosofo Jan Patočka a Praga nel 1977 ( poco prima di morire a seguito di un duro interrogatorio della polizia politica), quando richiamava gli Stati europei ad una responsabilità morale: “Il concetto di diritti umani non consiste in altro, se non nella convinzione che anche gli Stati e la società debbano sottostare, nel loro complesso, alla supremazia del sentire morale”.

Un nuovo inizio è possibile se tutti noi siamo protagonisti di una rivoluzione nei costumi che riproponga con forza, nel dibattito pubblico e nei rapporti quotidiani tra le persone, il gusto della ricerca della verità, del dialogo, dell’ascolto, dell’empatia e della misericordia attiva.

Molti sono convinti che, di fronte al disorientamento di un futuro incerto, la chiusura in se stessi, nei muri invalicabili della propria nazione, della propria religione, della propria identità, sia la strada maestra per superare l’ansia e la paura. Questa sorta di autodifesa del proprio ego nei confronti degli altri è un terreno fertile su cui rinasce l’odio e la contrapposizione violenta. È attraverso questi meccanismi che si ripresenta la cultura del nemico e della divisione tra noi e loro che inquina la vita democratica e alimenta i nazionalismi e i populismi.

Lo vediamo nell’assuefazione a un misero dibattito politico dove spesso prevale la logica dell’anatema e del disprezzo e dove si è perso il gusto della competenza, della ricerca della verità e di una comune assunzione di responsabilità. Lo osserviamo nei social network che sono spesso lo specchio intimo dei nostri comportamenti, come ha osservato Zygmunt Bauman, dove le persone, alla ricerca della propria autoaffermazione, si dimostrano impermeabili alle idee degli altri e cercano di volta in volta il nemico da demonizzare per affermare la sovranità assoluta del proprio ego. Lo constatiamo nella logica dei muri eretti alle frontiere per difendersi dai migranti, e che si riproducono ogni qualvolta soggetti di culture e religioni diverse considerano la contaminazione culturale un pericolo per la loro identità.

C’è però la possibilità di invertire questa tendenza.

Dobbiamo lavorare per ricostruire nella Polis una democrazia di amici che discutono con garbo e si confrontano sul piano delle idee, mettendo fine alla logica dell’insulto e delle invettive personali, con la consapevolezza che nessuno è mai portatore di una verità assoluta. Un confronto fatto con sincerità e onestà intellettuale può permettere il funzionamento creativo della democrazia.

Un diverso galateo della Politica può nascere soltanto dalla responsabilità dei media e degli individui. Troppo pochi hanno il coraggio di denunciare il linguaggio violento e rissoso, di manifestare la loro riprovazione quando un politico si esprime con disprezzo, disumanizza le persone e presenta gli avversari come nemici da abbattere. Chi usa l’oltraggio nella comunicazione politica non solo inquina la società, ma genera un clima di contrapposizione che inibisce i legami e la solidarietà tra le persone.

La forza della democrazia, al contrario, consiste prima nel poter scegliere e poi insieme costruire nella condivisione delle responsabilità.

A questa maturazione può contribuire un nuovo modo di dialogare sui social network, riconoscendo senza orgoglio autoreferenziale le ragioni degli altri e predisponendosi all’occorrenza a cambiare idea. È importante vigilare sulla verità dei fatti e non permettere che prevalga la menzogna. L’abdicazione del pensiero e della ragione fa passare sulla rete affermazioni false che si contrappongono al serio lavoro giornalistico, alla ricerca storica e scientifica, e che sono alla base di pseudo narrazioni di demagoghi e populisti, un pericoloso virus per la democrazia. I social network possono essere una grande opportunità per aprirsi al mondo, oppure diventare un via di fuga, dove si costruiscono piccole sette, ognuno in contrapposizione agli altri.

Chi scrive un tweet o un messaggio su Facebook deve essere consapevole che una parola malata, o un’accusa senza fondamento, può scatenare l’odio in una reazione a catena capace di distruggere le persone. Sul web le parole diventano subito pubbliche, e ognuno di noi diventa un opinionista o un editore di se stesso, con il rischio di amplificare velocemente giudizi sommari, semplificazioni e falsificazioni della realtà. Come diceva Kant, bisogna sapersi trattenere dall’esprimere pubblicamente la prima cosa che ci viene in mente, perché qualche volta i nostri sentimenti potrebbero non essere del tutto “innocenti”. Ecco perché ognuno ha una responsabilità personale nella rete e prima di esprimere un’opinione o far circolare un’informazione non verificata, deve riflettere sulle conseguenze delle proprie affermazioni.

La sfida più difficile è l’accettazione dell’altro nella nostra società.

L’arrivo di milioni di migranti in tutta Europa, con religioni e culture diverse dalla nostra, ha creato un clima di insicurezza e spesso la prima preoccupazione è stata quella di creare degli steccati per affermare la nostra superiorità e per imporre il nostro punto di vista.

C’è un solo modo di vincere la paura che genera mostri e provoca un clima di sospetto e di insicurezza, dove tutti diventano nemici: la perseveranza nel ricercare assieme la nostra comune umanità e la nostra capacità di pensare e di giudicare, mettendoci sempre nei panni degli altri.

Come è sempre accaduto nella storia, un percorso di simbiosi e mimesi tra civiltà diverse avviene, pure in modo non lineare, all’interno di un’esperienza comune dove si scoprono con curiosità le possibili somiglianze tra le culture e le medesime responsabilità nei confronti del mondo.

Certamente l’integrazione non può prescindere dalla condivisione dei diritti fondamentali, né si può realizzare con astratti accordi formali. Accogliere non significa fare un passo indietro rispetto ai nostri valori.

I temi della tolleranza, del dialogo tra culture, della diversità, sono da mettere in relazione alla nostra identità e alle nostre conquiste. La modernità intesa come diritti acquisiti dei più deboli in una società aperta; il valore universale della democrazia come opportunità per tutti e libertà di pensiero; la separazione dei poteri accompagnata da strutture sociali di controllo; la capacità di mediazione e di soluzione di problemi al più alto livello tra interessi confliggenti; sono la sostanza di un’esperienza storica di cui la nuova Europa deve farsi carico, se non vuole morire schiacciata dal peso delle proprie inadempienze, sia a livello politico che sociale.

Questo nuovo inizio non è un’impresa impossibile.

Perché ci sono tanti uomini che hanno rialzato la testa per reagire all’indifferenza, per non farsi coinvolgere dalla cultura dell’odio, resistere al terrorismo, riaffermare il valore della pluralità e dell’accoglienza, della pace e della non violenza.

Li possiamo chiamare i giusti del nostro tempo.

Sta a noi farli conoscere e seguire le loro orme, come è avvenuto tante volte nella storia.

Giuseppe Sala, primo firmatario

Il sostegno di Paolo Gentiloni

Viviamo un momento storico nel quale molte conquiste degli ultimi decenni vengono messe in discussione. Un momento in cui le tensioni e il disordine sul piano internazionale sembrano aumentare, mentre le nostre società sono attraversate da un clima di sfiducia e di insicurezza.

L’Italia continuerà a facilitare un rapporto di collaborazione, di amicizia e di cooperazione economica tra i grandi protagonisti dello scenario mondiale. Proseguiremo il nostro cammino sulla strada del dialogo, del multilateralismo, dell’integrazione europea, del rifiuto dei nazionalismi e degli atteggiamenti di chiusura, della promozione dei diritti umani.
La fase che viviamo interroga tutti noi, come individui, chiamando in causa il nostro senso di responsabilità. Di fronte alle sfide della nostra era, questa Carta può essere un punto di riferimento prezioso. Una mappa in grado di indicarci la direzione da seguire per essere protagonisti di un cambiamento positivo all’interno delle nostre società.

Tutti noi potremo fare la differenza, se saremo capaci di sostenere e rafforzare i valori universali della democrazia, di reagire alla cultura dell’odio e alla xenofobia, di rispondere al terrorismo riaffermando i valori della società aperta. Sta a noi il compito di dare vita al percorso che questa Carta ci suggerisce, rifiutando l’indifferenza e facendo la nostra parte per difendere la dignità umana. Per provare a essere tutti, con le nostre azioni e il nostro impegno, “i Giusti del nostro tempo”.

Paolo Gentiloni, Presidente del Consiglio dei Ministri

Firmatari

Giuseppe SalaGabriele NissimAndrée Ruth ShammahPiergaetano Marchetti

Giuseppe Sala, sindaco di Milano

È un onore per me essere il primo firmatario della Carta delle Responsabilità 2017. Ne sono fiero come cittadino e come sindaco di Milano. Perché la nostra è una città che si prende le sue responsabilità e che non cede all'indifferenza. Anzi, vuole farsi portavoce dei valori universali di giustizia, pace, rispetto, solidarietà, equità e parità di diritti. Per questo motivo, ho aderito con convinzione alla Carta, perché fa appello alla responsabilità personale di ognuno, è un invito a fare bene e del bene ogni giorno.

Gabriele Nissim, presidente di Gariwo

La Carta, ispirata all’esperienza di Charta ’77, rappresenta il nostro impegno etico per la memoria del Bene e l’educazione alla responsabilità. Sono molto felice di presentarla al Teatro Parenti con Andrée Ruth Shammah e in accordo con il Sindaco Sala, come proposta morale della nostra città. Il messaggio è riaffermare il valore della pluralità, della pace e della non violenza, in contrapposizione alla cultura dell’odio e del nemico.

Andrée Ruth Shammah, direttrice del Teatro Franco Parenti di Milano

In questo momento il mondo crede che tutto vada male ma che non dipenda da noi singoli. Ciascuno invece deve fare la sua parte, sapere di avere un ruolo e riconoscerlo. Non si può tacere e il compito della società è fondamentale. Il Teatro Franco Parenti stesso si è assunto la responsabilità di fare suoi i temi di Gariwo, diventandone ambasciatore.

Piergaetano Marchetti, presidente fondazione Corriere della Sera

Come Fondazione abbiamo assunto un impegno coerente a quello che è il nostro motto: la libertà delle idee, il coraggio di confrontarsi sempre, di essere se stessi pur se bombardati dai conformismi. Apprezzo molto l’appello a essere curiosi del diverso e l’appassionata spinta ad abbandonare i muri.

  • Giovanna Abbiati Fogliati, Fondazione Maruzza
  • Sumaya Abdel Qader, consigliere comunale di Milano
  • Gabriele Albertini, senatore AP
  • Mario Andreose, giornalista, traduttore ed editore
  • Antonia Arslan , scrittrice
  • Alessandro Artom, avvocato
  • Alice Artom, avvocato
  • Piero Artom, designer
  • Sandra Artom, giornalista
  • Salvatore Badalamenti, responsabile EAs e direttore Uo medicina, nefrologia e dialisi
  • Victoria Bagdassarian, Ambasciatrice della Repubblica d’Armenia in Italia
  • Emilio Barbarani, già Ambasciatore a Santiago del Cile
  • Luca Barbareschi, presidente Eliseo Srl, Teatro Nazionale dal 1918
  • Pietro Barbetta, direttore del Centro Milanese di Terapia della Famiglia
  • Paul R. Bartrop, storico, direttore del Centro degli Studi Giudaici, sull’Olocausto e sui Genocidi
  • Luciano Belli Paci, Studio Legale Belli Paci
  • Hamadi ben Abdesslem, guida Museo del Bardo di Tunisi
  • Cobi Benatoff, già presidente European Jewish Congress
  • Brando Benifei, eurodeputato
  • Moreno Bernasconi, presidente Fondazione Federica Spitzer
  • Paolo Bernasconi, presidente del Festival dei Diritti Umani di Milano
  • Lamberto Bertolé, presidente del Consiglio comunale
  • Padre Giuseppe Bettoni, presidente Fondazione Arché
  • Daniele Biella, giornalista
  • Paola Bocci, presidente Commissione cultura del Comune di Milano
  • Laura Boella, docente all’Università Statale di Milano
  • Barbara Bonura, giornalista
  • Giancarlo Bosetti, direttore di Reset Dialogues and Civilization
  • Gabriella Brusa Zappellini, archeologa
  • Dario Calimani, professore all’Università Ca’ Foscari, Venezia
  • Pietro Calissano, presidente della European Brain Research Institute
  • Bona Cambiaghi, già docente dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano
  • Antonella Camerana, presidente Missione Sogni Onlus
  • Gabriella Caramore, scrittrice
  • Dario Carella, giornalista RAI
  • Maurizio Carrara, presidente UniCredit Foundation e ASP Pio Albergo Trivulzio Martinitt e Stelline
  • Francesco Cataluccio, saggista e scrittore
  • Regina Egle Liotta Catrambone, fondatrice di MOAS (Migrant Offshore Aid Station)
  • Stefano Cattaneo, Direttore Generale Fondazione Pio Istituto dei Sordi
  • Marco Cavallarin, Sciesopoli Ebraica (1945-1948)
  • Giulia Ceccutti, redattrice
  • Claudio Ceravolo, presidente Coopi
  • Francesco Cevasco, editorialista del Corriere della Sera
  • Janiki Cingoli, presidente CIPMO
  • Marilena Citelli Francese, presidente Musadoc
  • Giancarlo Comi, professore di Neurologia all’Università Vita Salute San Raffaele di Milano
  • Giovanni Cominelli, giornalista
  • Bruno Contigiani, presidente Vivere con lentezza
  • Silvia Costa, eurodeputata
  • Nando dalla Chiesa, scrittore, politico e docente all’Università Statale di Milano
  • Ferruccio de Bortoli, editorialista del Corriere della Sera
  • Diana de Marchi, presidente commissione Pari Opportunità e Diritti Civili Comune di Milano 
  • Luca Degani, Studio Legale Degani
  • Noemi Di Segni, presidente UCEI
  • Martino Diez, direttore scientifico Fondazione internazionale Oasis
  • Manuela Dviri, scrittrice e giornalista
  • Piero Fassino, presidente Cespi
  • Valeria Fedeli, Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca
  • Antonio Ferrari, editorialista del Corriere della Sera
  • Bruno Ferrari, presidente di Fondo Scuola Italia
  • Daniele Ferrero, Venchi S.p.A.
  • Alganesh Fessaha, presidente ONG Ghandi
  • Emanuele Fiano, deputato PD
  • Ziva Fisher Modiano, associazione ADEI WIZO
  • Marcello Flores, storico
  • Anna Foa, storica e docente all'Università La Sapienza di Roma
  • Dario Franceschini, Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo
  • Mario Furlan, fondatore City Angels
  • Pupa Garribba, giornalista e scrittrice
  • Konstanty Gebert, giornalista e membro di Solidarnosc
  • Mara Gergolet, giornalista del Corriere della Sera
  • Marina Gersony, giornalista
  • Giovanna Grenga, Beth Hillel
  • Hafez Haidar, candidato al Premio Nobel per la Pace nel 2016
  • Shady Hamadi, scrittore e attivista siriano
  • Maryan Ismail, Forum dei musulmani laici
  • Piotr Jakubowski, direttore Casa Incontri con la Storia Varsavia
  • Stefano Jesurum, giornalista
  • Cristina Jucker, giornalista, docente dell’Università degli Studi di Milano
  • Francoise Kankindi, presidente Bene Rwanda
  • Viviana Kasam, fondatrice di BrainCircle Italia
  • Elisabetta Kelescian, già Ambasciatore dìItalia in Finlandia
  • Pietro Kuciukian, console onorario d’Armenia in Italia e cofondatore di Gariwo
  • Fiorella Leone, Casa della Memoria e della Storia di Roma
  • Gaetano Liguori, pianista
  • Antony Lishak, scrittore e direttore di Learning from the Righteous
  • Alessandro Litta Modignani, giornalista
  • Antonella Maccagni, direttore dell'Istituto Professionale – Fondazione Chiara di Casalmaggiore
  • Maria Immacolata Macioti, sociologa all’Università La Sapienza di Roma
  • Gerard Malkassian, filosofo
  • Agopik Manoukian, presidente onorario dell'Unione degli Armeni d'Italia
  • Bruno Marasà, Funzionario Parlamento europeo
  • Claudio Martelli, politico e giornalista
  • Alberto Martinelli, presidente Fondazione AEM-Gruppo A2A
  • Maria Grazia Mattei, direttore di Meet the Media Guru
  • Stefano Mauri, editore
  • Marina Mavian, Casa Armena di Milano
  • Abdoulaye Mbodj, avvocato in Milano, presidente "A.A.B.A. Onlus"
  • David Meghnagi, psicologo e docente dell’Università Roma Tre
  • Giovanna Melandri, presidente Fondazione MAXXI e presidente Human Foundation
  • Francesco Micheli, finanziere
  • Cristina Miedico, direttrice del Museo Archeologico di Angera
  • Paolo Mieli, editorialista del Corriere della Sera
  • Anna Migotto, giornalista e scrittrice
  • Giangi Milesi, presidente Fondazione Cesvi
  • Stefania Miretti, giornalista e scrittrice
  • Noris Morano, consulente per la comunicazione
  • Letizia Moratti, già Sindaco di Milano
  • Giorgio Mortara, vicepresidente UCEI
  • Raffaele Mozzanica, avvocato
  • Daniele Nahum, membro della Comunità Ebraica di Milano, già Presidente UGEI
  • Paolo Navarro Dina, giornalista
  • Alberto Negri, inviato di guerra de Il Sole 24Ore
  • Nadia Neri, psicologa analista
  • Radka Neumannovà, Centro Ceco
  • Marcelo Pakman, già vicepresidente American Society for Cybernetics e American Family Therapy Academy
  • Emma Papini, avvocato
  • Stefano Parisi, Energie PER L'Italia
  • Corrado Passera, politico
  • Stefano Pasta, giornalista
  • Stella Pende, giornalista
  • Andreas Pieralli, Giardino dei Giusti di Praga
  • Vincenzo Pinto, direttore FreeEbrei
  • Giuliano Pisapia, avvocato
  • Gianni Pittella, eurodeputato
  • Antonio Polito, editorialista del Corriere della Sera
  • Romano Prodi, presidente Fondazione Popoli
  • Lia Quartapelle, capogruppo Pd per la Commissione Esteri della Camera dei deputati
  • Ulianova Radice, cofondatrice e direttrice di Gariwo
  • Massimo Recalcati, psicoanalista
  • Don Gino Rigoldi, fondatore di Comunità Nuova
  • Dario Rivolta, già vicepresidente Commissione esteri alla Camera
  • Elisabetta Rosaspina, inviata speciale del Corriere della Sera
  • Farian Sabahi, docente universitaria, giornalista e scrittrice
  • Isabella Salimbeni, medico geriatra
  • Brunetto Salvarani, presidente Associazione Italiana Amici NSWAS
  • Giovanna Salza, esperta di comunicazione
  • Anna Maria Samuelli, cofondatrice di Gariwo
  • Milena Santerini, presidente Alleanza parlamentare contro l’intolleranza e il razzismo del Consiglio d’Europa
  • Ilana Schachter Gattegna, angiologa
  • Gadi Schoenheit, ricercatore
  • Liliana Segre, sopravvissuta e testimone della Shoah
  • Nino Sergi, presidente emerito Intersos
  • Elisabetta Sgarbi, editrice
  • Rita Sidoli, già docente dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano
  • Paolo Guido Spinelli, già ambasciatore
  • Davide Tuniz, direttore di Liberazione e speranza onlus – Novara
  • Marco Ubezio, avvocato
  • Salvatore Veca, filosofo
  • Marco Vianello Chiodo, già direttore esecutivo Unicef
  • Sergio Vicario, esperto di comunicazione
  • Amedeo Vigorelli, docente di Filosofia morale all'Università degli Studi di Milano
  • Massimo Vitta Zelman, Skira editore
  • Giorgio Vittadini, dirigente industriale
  • Mischa Wegner, figlio di Armin T. Wegner
  • Francesco Wu, presidente onorario Unione imprenditori Italia-Cina
  • Tobia Zevi, presidente dell’Associazione di cultura ebraica Hans Jonas
  • Simone Zoppellaro, giornalista

Dicono della Carta

  • La Carta ribadisce alcuni punti fermi sui princìpi di tolleranza e rispetto senza i quali la vita pubblica si imbarbarisce e l'Europa, privata dei suoi fondamentali valori, perde la linfa vitale.

    Francesco M. Cataluccio

  • I gravi e nuovi problemi del mondo sono oggi affrontati da enti e soggetti che spesso risultano per molte ragioni al di sotto delle loro responsabilità. È dunque tempo di un supplemento di responsabilità per i cittadini senza potere. Per questo aderisco alla lettera e allo spirito della carta scritta da Gabriele Nissim.

    Nando Dalla Chiesa

  • La storia ci insegna che l’orrore della violenza dell’uomo sui propri simili non ha confini e non si arresta neanche di fronte agli insegnamenti del passato. Per questo iniziative come quelle dedicate ai Giusti sono importanti e vanno sostenute, diffuse e promosse, anche e soprattutto nelle scuole. Per le nostre ragazze e i nostri ragazzi è importante comprendere il valore dell’impegno, della solidarietà, dell’accoglienza, del rispetto, dell’uguaglianza. Ho sottoscritto quindi in modo convinto la Carta delle Responsabilità. Per essere tutte e tutti parte di una comunità che punta a far emergere, ogni giorno, la parte migliore dell’umanità.

    Valeria Fedeli 

  • In un mondo di incessante produzione del male attraverso il vecchio e nuovo repertorio di crudeltà e massacro, la strategia dell'anticipazione del Bene è la risposta giusta, in senso etico e politico.

    Salvatore Veca

  • Il rilancio del processo di costruzione unione sovranazionale è il grande progetto politico che può contrastare l'ascesa del nazionalismi populisti.La vittoria di Emmanuel Macron ha mostrato che si possono vincere le elezioni con una proposta dichiaratamente europeista che difenda la società aperta e i valori della cultura liberal democratica e in particolare libertà e giustizia sociale.

    Alberto Martinelli

  • Per me è un piacere e un onore dare la mia adesione alla Carta, di cui condivido i valori e le idee che la ispirano. Spero incontri l'accoglienza che merita perché è un testo importante.

    Simone Zoppellaro

  • Sono molto onorato di sottoscrivere la Carta della responsabilità, che mi trova profondamente sodale nella sua impostazione umana e culturale.

    Moreno Bernasconi

  • Alcuni punti del documento mi hanno commosso per il coraggio di esprimere cose così profonde che oggi quasi tutti rimuovono.

    Nadia Neri

  • È uno splendido documento e aderisco con molto entusiasmo.

    Anna Foa

  • Trovo la carta MAGNIFICA; profonda, universale, commovente. Un documento per la rinascita, di assoluta attualità, profondo, onnicomprensivo. Mi sembra di risentire un recente, bellissimo discorso di papa Francesco su temi analoghi.

    Emilio Barbarani

  • Grazie, grazie, in tanta confusione e in tanto ciarpame culturale, finalmente un testo che fa riflettere, misurato, concreto, in una parola, necessario.

    Fiorella Leone

  • Da  anni  ammiro la pluralità e l'originalità delle iniziative promosse da Gariwo. Per questo unisco la mia voce alla sottoscrizione di questa Carta delle responsabilità 2017: un documento di grande apertura e coraggio nell'affermazione di un grande valore come la "responsabilità".

    Agopik Manoukian

  • La Carta ci esorta ad essere respons-abili: capaci, cioè, di rispondere alle sfide del nostro tempo. Una delle più importanti delle quali è la sfida dell’accoglienza: la capacità di aprire la porta, e il cuore, a chi fugge da situazioni disperate. E di cercare non ciò che ci divide, ma ciò che ci unisce: la nostra comune umanità.

    Mario Furlan