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Dare un nome alle vittime del Comunismo: la missione di Anatolij Razumov

editoriale di Francesco Bigazzi

Anatoly Razumov a Levashovo (Foto di  NickStudioSpb@mail.ru)

Anatoly Razumov a Levashovo (Foto di NickStudioSpb@mail.ru)

Il Centro nomi ritrovati di San Pietroburgo ha organizzato (9 novembre) una grande conferenza stampa per presentare il volume n. 10 di Leningradskji Martirolog (“Martilogio di Leningrado”). A quasi 20 anni dal crollo dell’URSS e dalla scomparsa del PCUS (Partito Comunista dell’Unione Sovietica), un eroico manipolo di ricercatori, in una piccola stanza di 6 metri per 4, sperduta nei labirinti della Biblioteca Nazionale di San Pietroburgo, testimonia come in Russia il culto della memoria non solo non accenni a diminuire, ma raccolga sempre maggiori consensi.
Il lavoro immenso, portato avanti con una dedizione straordinaria – in questo caso non esiste superlativo che possa descrivere il miracolo compiuto dal direttore e da due impiegati del Centro – consiste nel dare un nome a tutte le vittime del terrore rosso in Unione Sovietica.
In Russia il movimento Memorial, emerso a Mosca nei primi anni della Perestroika, ha dato il via all’apertura di diecine e diecine di filiali in tutte le maggiori città e nei luoghi dove erano nate le città-GULag. Anche a San Pietroburgo esistono due centri di Memorial che agiscono, non sempre, in cooperazione tra loro.
Il Centro nomi ritrovati è tuttavia un fenomeno tutto particolare che non ha precedenti ne in Russia ne in qualsiasi altro paese del mondo. Un fenomeno che sta dietro un mistero: come può una persona sola, il direttore Anatolij Razumov, e due studiose volontarie, dare un nome a diecine di milioni di persone ammassate nelle fosse comuni, sepolte in cimiteri improvvisati presso centinaia di GULag sparsi in tutto il territorio dell’URSS.
Il fenomeno, in effetti, può essere spiegato in un modo molto semplice. Il Centro ha dato la voce, si avvale della collaborazione di milioni di parenti e discendenti delle vittime del terrore comunista che non hanno nessuna intenzione di rinunciare alla memoria dei loro cari. Tutti volontari che forniscono informazioni, non solo dei loro cari, ma anche dei conoscenti. I russi, che hanno un atteggiamento di sfida, talora sprezzante, nei confronti della vita, hanno scoperto il culto della memoria. L’anima russa sembra avere trovato un rifugio nella memoria dei loro cari. I cimiteri sono diventati un luogo d’incontro molto commovente e ricco di umanità.
Il Centro nomi ritrovati non solo cura la collana “Martirologio di Leningrado”, ma ha cominciato anche a realizzare i CD con i nomi e le storie di tutte le vittime del terrore sovietico. L’anno scorso è stato pubblicato il primo CD contenente i nomi e le brevi biografie (in taluni casi anche le fotografie) di circa 2 milioni e mezzo di vittime del terrore rosso. Il direttore Razumov mi ha annunciato che l’anno prossimo verrà edito un altro CD con i dati di oltre 3 milioni di vittime alle quali è stato dato un nome. Tra questi nomi ci sono moltissimi italiani, oppure di origine italiana.
San Pietroburgo, creata dagli zar per aprire una porta verso l’Occidente, era la città più plurietnica dell’Urss. Il decimo volume di “Martirologio di Leningrado” ricostruisce, in 720 pagine, la storia di 4.486 persone (4279 (95,4%) uomini e 207 (4,6%) donne) fucilate nei mesi tra maggio e settembre del 1938 nella metropoli baltica. 
Tra le vittime di questo periodo ci sono appartenenti a 38 nazionalità, anche se i gruppi etnici più colpiti sono stati: Russi 1.207(28,2 %), Estoni 853(19,9 %), Finlandesi 527(12,3 %), Tedeschi 493(11,6 %), Polacchi 412(9,6%), Lettoni 182(4,3%), Ebrei 102(2,4 %), Cinesi 93(2,2 %), Careli 60(1,4%), Bielorussi 54(1,3 %), Lituani 52(1,2 %), Ucraini 43(1 %), Ungheresi 27(0,6 %) e Coreani 18(0,4 %). 
Le statistiche pubblicate al termine di questo volume sono di grande interesse perché rivelano aspetti fino a poco tempo fa conosciuti solo dagli specialisti. Emerge tra l’altro che le vittime di Leningrado, 391 costituivano il 9,1 % del totale delle persone fucilate dalle truppe speciali dell’NKVD durante quei mesi terribili del 1938. L’intento del potere sovietico era quello di distruggere per sempre il clima speciale che si respirava nella metropoli più multietnica dell’URSS.

Analisi di Francesco Bigazzi, giornalista

15 novembre 2010

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