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Albie Sachs (1935)

l'avvocato anti-apartheid

Quando aveva appena sei anni, durante la Seconda guerra mondiale, Albie Sachs ricevette un biglietto di auguri da suo padre. “Buon compleanno, Albert. Un giorno vorrei vederti diventare un soldato che si batte per la libertà”. Quel sogno era destinato ad avverarsi molto presto, appena dieci anni dopo. Il giovane Albie – studente al secondo anno di giurisprudenza dell’università di Città del Capo - iniziò la sua personale battaglia per la giustizia unendosi alla campagna “Defiance of Unjust Laws”, appena lanciata dall’African National Congress contro le leggi dell’apartheid. Sachs era nato in una famiglia di esuli ebrei molto attivi in politica e l’influenza dei genitori aveva avuto un forte peso nella sua formazione: suo padre, Solomon Sachs, era un noto sindacalista mentre sua madre lavorava per Moses Kotane, leader del partito comunista sudafricano. Entrambi erano scappati dalla Lituania all’inizio del XX secolo, con le rispettive famiglie, per sfuggire alle feroci persecuzioni antiebraiche dell’impero zarista. In Sudafrica si sarebbero scontrati con le politiche di segregazione razziale introdotte dalla minoranza afrikaner.

Da avvocato praticante, Albie Sachs frequentò lo studio legale che Nelson Mandela aveva fondato insieme a un altro futuro leader anti-apartheid, Oliver Tambo. Aveva sede nella Chancellor House di Johannesburg, un luogo leggendario ormai da tempo trasformato in un museo. Sachs iniziò a esercitare la professione alla metà degli anni ‘50, negli stessi anni in cui la destra nazionalista sudafricana istituzionalizzava le più brutali politiche discriminatorie contro i neri. Le persone che Sachs si trovò a difendere erano quasi tutte accusate sulla base degli statuti razzisti dell’apartheid e delle leggi draconiane sulla sicurezza varate dal governo di Pretoria. Molti di loro rischiavano la condanna a morte e anche lui, che li difendeva con coraggio e passione, cominciò a essere preso di mira. I bianchi che non intendevano adeguarsi alle leggi ingiuste e non volevano trarre benefici personali dall’apartheid erano considerati dei nemici dal governo. Provarono a intimidirlo in tutti i modi. Prima arrivarono le perquisizioni della polizia nel suo ufficio e le irruzioni notturne degli agenti in casa sua, poi le ordinanze di divieto che limitavano i suoi movimenti. Infine Sachs venne arrestato due volte e messo in isolamento senza processo sulla base alla legge dei 90 giorni, che consentiva alla polizia di trattenere i sospettati di reati politici anche in assenza di capi d’accusa. Battersi per la giustizia, nel Sudafrica di quegli anni, era ritenuto un crimine di natura politica.

Quando lo Stato decise di annientare una ad una anche le poche, residue libertà civili e la repressione raggiunse livelli parossistici, anche lui fu costretto a scegliere la via dell’esilio insieme a centinaia di politici, attivisti, intellettuali e giornalisti invisi al regime. La loro non fu una fuga ma un atto di realismo: soltanto dall’estero, ormai, sarebbe stato possibile continuare a battersi contro l’apartheid. Albie Sachs si stabilì in Gran Bretagna e qualche anno dopo si trasferì in Mozambico, dove iniziò a insegnare legge all’università di Maputo. Anche da lontano, però, non smise mai di portare avanti il suo impegno da giurista per modellare il futuro democratico del suo Sudafrica. A partire dai primi anni ‘80 il presidente dell'African National Congress, Oliver Tambo, gli chiese di lavorare allo statuto e al codice di condotta dell’organizzazione che era messa al bando, ma continuava a operare in esilio.

Il 7 aprile 1988 Sachs uscì dal suo ufficio e andò nel parcheggio dell’università per riprendere la sua auto ma come aprì la portiera venne travolto da una potente esplosione. I servizi di sicurezza sudafricani avevano collocato un ordigno sotto la vettura. Volevano fargli fare la stessa fine toccata alcuni anni prima a Ruth First, la studiosa bianca anti-apartheid uccisa da una pacco bomba in una stanza di quella stessa università. Sachs, invece, ebbe miglior sorte. Nell’attentato perse il braccio destro e l’occhio sinistro ma riuscì a sopravvivere. Mentre si trovava in ospedale ricevette una lettera di sostegno da alcuni membri dell’ANC. Gli promettevano che sarebbe stato vendicato ma lui volle bloccare sul nascere ogni rappresaglia. “Vogliamo forse costruire un paese di gente cieca e senza braccia?”, spiegò in una lettera pubblica. “La mia vendetta consisterà nell’ottenere la democrazia, la libertà e lo stato di diritto per il Sudafrica”.

Dopo essersi ripreso dall’attentato ricominciò la sua attività più convinto di prima. Fondò un centro studi all’università di Londra che avrebbe gettato le basi giuridiche della nuova costituzione del Sudafrica. Era soltanto un sogno dai contorni sfumati dall’utopia. Niente faceva ancora presagire che la fine del regime dell’apartheid fosse imminente ma lui volle comunque dedicarsi a quel lavoro a tempo pieno. Iniziò a viaggiare in tutto il mondo per raccogliere il sostegno della comunità internazionale e condividere l’esperienza sudafricana. La vera svolta sarebbe arrivata dopo il rilascio dal carcere di Nelson Mandela. L’11 febbraio 1990 il futuro primo presidente del Sudafrica democratico tornò in libertà dopo 27 anni di reclusione e l’onda del cambiamento, dopo decenni di apartheid, si sarebbe rivelata inarrestabile. Con la liberazione di Mandela cessò la messa al bando per l’African National Congress e molte personalità sudafricane dissidenti poterono finalmente fare ritorno in patria. Tra queste c’era anche Albie Sachs, che prese parte attiva ai negoziati che avrebbero finalmente trasformato il Sudafrica in una democrazia costituzionale. Il 27 aprile 1994 si tennero le prime elezioni elezioni libere e aperte a tutta la popolazione, che segnarono il punto più alto dell’azione politica dell’ANC. Di lì a poco, il nuovo presidente Nelson Mandela nominò il suo vecchio compagno di lotte Albie Sachs a capo della nuova Corte costituzionale, dove avrebbe ultimato la stesura della Costituzione del Sudafrica democratico. Rimase in quella carica ininterrottamente per quindici anni, fino al 2009, diventando uno dei massimi artefici del Sudafrica post-apartheid e scrivendo sentenze memorabili per il suo Paese tanto che anni fa, il quotidiano britannico The Guardian lo definì “il giudice più famoso del mondo”. Nel 2012 incontrai Albie Sachs a Londra, a un convegno in memoria di Ruth First, e gli chiesi cosa pensava della situazione politica del suo Paese, dove nonostante la fine della segregazione razziale persistevano gravi squilibri socio-economici. Mi rispose così:

“Abbiamo ottenuto risultati notevoli perché siamo riusciti ad abbattere le fondamenta dell’apartheid. Abbiamo una Costituzione molto evoluta, che ha riconosciuto appieno la dignità umana e ha abolito la pena di morte. Abbiamo stabilito di consentire il matrimonio tra le coppie omosessuali, siamo riusciti a garantire una grande libertà di stampa, elezioni regolari e sindacati molto attivi. Le persone vengono da tutto il mondo per osservare da vicino quello che siamo riusciti a fare e trarne esempio. Ciononostante, continuiamo ad avere problemi molto gravi. Le diseguaglianze sociali restano a livelli elevati, troppo elevati, la disoccupazione è molto alta e il tasso di criminalità quasi inaccettabile. Senza dimenticare la corruzione. Ma la società sudafricana continua a lottare. Credo che le nostre istituzioni riusciranno a garantire i diritti fondamentali e la piena libertà di espressione. Nel nostro paese il potere giudiziario è indipendente e il sistema politico assai dinamico e penso che riuscirà a far fronte al dilagare della povertà e della corruzione”.

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