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Denis Goldberg 1933 - 2020

ingegnere e attivista, passò 22 anni in carcere per aver lottato contro l'apartheid

Denis Goldberg nella sua casa di Hout Bay, Cape Town, nel 2017

Denis Goldberg nella sua casa di Hout Bay, Cape Town, nel 2017 James Oatway/The Guardian

Denis Theodore Goldberg nasce nell’aprile del 1933 a Cape Town da una famiglia inglese di origini ebraiche che accoglie nella propria casa persone di ogni etnia, indipendentemente dal colore della pelle. I suoi genitori, originari di Londra, entrambi comunisti, a Cape Town hanno un ruolo attivo nella sezione locale di Woodstock (quartiere della città) del Partito Comunista africano. All’età di undici anni, Denis chiede loro come mai nei libri di storia il Sudafrica venga descritto come una democrazia, considerando che i neri non possono votare. I genitori gli spiegano quindi la natura dell’apartheid e, come dirà lui in seguito, gli danno quella consapevolezza che non se ne andrà mai: “Una volta che scopri il velo di menzogna che ricopre la società, non lo puoi riporre al suo posto di nuovo e fingere che non sia successo nulla, a meno che tu non voglia mentire a te stesso ogni giorno”.

A scuola Denis subisce discriminazioni per le sue origini ebraiche e ciò contribuisce ad alimentare la sua coscienza politica. Nel marzo del 1950 comincia i suoi studi d'ingegneria civile all’Università di Cape Town, dove, all’ultimo anno, incontra Esme Bodenstein, attivista proveniente da una famiglia di comunisti molto attivi, che diventa sua moglie nel gennaio 1954. Nel 1957, lo stesso Denis entra nel Partito Comunista e nel Congresso dei Democratici - dopo una militanza nella non-racial Modern Youth Society -, avvicinandosi così all’African National Congress come oppositore bianco all’apartheid.

Ho capito che il razzismo in Sudafrica contro cui dovevamo combattere era molto simile a quello della Germania nazista. In un modo o nell'altro bisognava intervenire”, ha affermato in una video-intervista nel 2019.

A causa del suo impegno di attivista perde il lavoro nel 1960 e viene poi incarcerato per quattro mesi, senza processo, dopo aver protestato a seguito del massacro di Sharpeville, dove la polizia uccide 69 manifestanti. Al suo rilascio, riprende il suo impegno diventando ufficiale nella neonata ala militare dell’African National Congress (ANC) formatasi dopo Sharpeville contro il regime di apartheid, la “Umkhonto we Sizwe” (MK), offrendo le sue conoscenze ingegneristiche.

Viene arrestato di nuovo nel 1963, dopo una retata della polizia a un incontro di attivisti alla fattoria Liliesleaf, nel sobborgo di Rivonia, a nord di Johannesburg. Accusato di promuovere una rivoluzione violenta, viene portato a processo con altre sette persone, nell'ambito della stessa azione giudiziaria che portò anche Nelson Mandela alla sentenza di ergastolo. Lo stesso Mandela, amico e compagno di Goldberg, raccontò del suo senso dell’umorismo durante le fasi di quello che è ricordato come processo Rivonia, dicendo che Denis era solito fare battute per tirare su il morale dei compagni anche in situazioni drammatiche. Dopo aver temuto di essere condannato a morte, Goldberg, udita la sentenza di carcere a vita, si rivolge alla madre e alla moglie che non avevano sentito urlando quasi entusiasta: “A vita! Vivere! La vita è meravigliosa”.

Una volta condannato gli viene però impedito di passare la detenzione con i suoi compagni a Robben Island e viene isolato nella prigione centrale di Pretoria per soli bianchi, con rari permessi di visita della sua famiglia e vivendo per lo più in solitudine. Qui Goldberg, depresso, teme di morire in carcere senza riuscire più a vedere moglie e figli e, seppur anno dopo anno sente che il regime di apartheid è destinato al collasso, la speranza della libertà diventa per lui difficile da mantenere. Tuttavia, nel 1985, a seguito delle pressioni di Israele, viene rilasciato con la promessa di abbandonare la lotta armata, dopo ventidue anni di lontananza dai suoi compagni e dalla sua famiglia. “Ventidue anni fa”, dice, “ho dato ai miei figli il bacio della buonanotte e sono uscito dalle loro vite... La forza è nella collettività, non è una cosa individuale”

Negli anni di carcere Goldberg perde molti affetti cari ma mai rimpiange il fatto di essersi battuto per l’uguaglianza e la libertà. Durante il periodo a Londra - dove si trasferisce dopo il rilascio - continua la sua battaglia di attivista e raccoglie supporto contro l’apartheid, lavorando come portavoce dell’ANC e come consulente del ministro per gli affari idrici e forestali del Sudafrica, Paese natale dove è tornato solo nel 2002. Fonda House of Hope (casa della speranza) a Cape Town, per educare i giovani nelle arti con un approccio inclusivo e anti-discriminatorio. 

Ha sostenuto sempre che, anche se l'apartheid è stato abolito nel 1994, i principi non sono ancora stati cancellati totalmente nella mente di tutti e l'impegno è ancora necessario. 

“Vengo da una generazione di persone preparate a mettere la propria vita in prima linea per difendere la libertà", ha detto Goldberg all'Università di Cape Town nel 2019. "La libertà è più importante della tua stessa vita. Nelson lo impersonificava e io, a mio modo, ho fatto lo stesso. Sono stato felice di servire alla causa."

Denis Goldberg è venuto a mancare il 29 aprile 2020 ed è oggi ricordato in Sudafrica e nel mondo come un combattente per la libertà. Il suo coraggio e il suo impegno nel perseguire l’uguaglianza rimangono un esempio della possibilità di cambiare le cose dal basso e della necessità di combattere contro tutte le ingiustizie, anche quando non si è vittime in prima persona e anche dopo l'ottenimento di primi successi.

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La lotta contro l'apartheid

nel Sudafrica degli anni '90

Le prime proteste contro il regime di apartheid coinvolsero sia i neri che bianchi, con manifestazioni e sabotaggi contro obiettivi strategici come centrali elettriche e altre infrastrutture. Le forze di sicurezza del regime sofforcarono brutalmente questa ondata di dimostrazioni. Nei primi anni ’60 venne formato l’African National Congress, con l’ala armata Umkonto we Sizwe (“spada della nazione”), che cominciò a usare la violenza. Per reprimere le proteste le autorità sudafricane ricorsero a provvedimenti molto duri: nel 1975 fu sancita l’obbligatorietà di usare l’afrikaans in tutte le scuole; i neri furono privati di tutti i diritti civili e politici, sfrattati dalle loro case e deportati nelle “homeland del sud”. I negozi dovevano servire per primi i clienti bianchi, e i neri per muoversi nelle zone dei bianchi dovevano avere speciali passaporti. Per via di questo regime di discriminazione il Sud Africa negli anni ’80 venne fatto oggetto di sanzioni ed escluso dalle Olimpiadi. Figura chiave del movimento anti-apartheid fu Nelson Mandela, uno studente di legge che aveva ascoltato da giovane le storie dei neri che avevano resistito alla colonizzazione e sognava di contribuire a realizzare la libertà del suo popolo.