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Kyaw Hla Aung (1940 - 2021)

avvocato e attivista, ha lottato per i diritti del popolo Rohingya e per questo impegno è stato costretto a trascorrere 12 anni in carcere

Kyaw Hla Aung è un avvocato e attivista che ha dedicato la sua vita alla battaglia per l’eguaglianza, l’educazione e i diritti umani del popolo Rohingya.

Nato nel 1941 a Sittwe, la capitale dello stato Rakhine del Myanmar, membro lui stesso della comunità musulmana Rohingya, Aung ha sperimentato sulla sua pelle le discriminazioni inflitte al cosiddetto “popolo senza Stato”. Per 22 anni ha lavorato come stenografo, ma fu costretto a lasciare l’impiego nel 1983 a causa della crescente discriminazione contro il personale musulmano. Grazie alla laurea in Giurisprudenza ottenuta nel 1982, iniziò a lavorare come avvocato.

Nel 1986 il governo birmano approvò alcune leggi che consentivano la confisca delle terre dei Rohingya. Nessun legale si propose di fare causa al governo, finché la richiesta non arrivò nelle mani di Aung. Raccontò lui stesso: “Scrissi una lettera ufficiale all’allora presidente del Partito Nazionalsocialista. Sono andato a Yangon per presentare questa domanda all'ufficio del consolato. Dopo il mio ritorno a Sittwe fui arrestato”.
Aung trascorse due anni in carcere: venne rilasciato nel 1988 in seguito a grandi manifestazioni a Yangon, che coinvolsero anche i prigionieri. Poco dopo, seguendo quella che sembrava un’apertura democratica del Paese, fu tra i fondatori del Partito Nazionale Democratico per i Diritti Umani, con cui si candidò alle elezioni del 1990. Durante la campagna elettorale, venne nuovamente arrestato. “A Sittwe ero il miglior candidato a diventare un membro del parlamento e questo ha attirato su di me l'attenzione delle autorità. Hanno condotto una sorta di ricerca per capire chi avrebbe potuto vincere le elezioni e hanno capito che molto probabilmente sarei stato io. Così mi hanno fatto arrestare di nuovo. Il processo, davanti ai generali, durò solo un'ora. Sono stato condannato a 14 anni di carcere”.

La vita da prigioniero politico non fu facile - né per Aung né per la sua famiglia. Alcuni colleghi cercarono di inviargli cibo e aiuti in prigione, dove le condizioni di vita erano pessime. Nonostante le privazioni, Aung si offrì di aiutare legalmente alcuni prigionieri, che stavano scontando ingiustamente pene fino a vent’anni. Fortunatamente, nel 1997 venne rilasciato grazie a un’amnistia.
Tornato a casa, scoprì che la sua abitazione era stata distrutta - insieme a quelle di altre 46 famiglie musulmane - da un attacco di polizia ed esercito. “Mentre mi trovavo momentaneamente in una struttura con altre persone, la polizia mi ha arrestato di nuovo. Non sapevo nemmeno dove fosse la mia famiglia. Grazie all'aiuto di alcuni attivisti delle ONG internazionali, che hanno attirato l’attenzione sul mio caso, alla fine sono stato rilasciato”.

Nel 2013 si verificò un incidente a seguito a un censimento statale. Durante alcune proteste, uno studente lanciò una pietra contro gli ufficiali, ferendone alcuni: Aung, che in quei giorni era malato e non usciva di casa, venne accusato di essere coinvolto in quell’episodio. “Tutto questo è stato fatto per farmi lasciare il Paese, ma mi sono rifiutato di lasciare la mia terra. Il 15 luglio mi hanno arrestato di nuovo. Sono stato nuovamente incarcerato e rilasciato dopo aver trascorso un altro anno in prigione, grazie a un’altra amnistia da parte del presidente”.

Una delle battaglie più importanti portate avanti da Aung è quella per garantire ai Rohingya accesso all’istruzione e all’assistenza sanitaria. Negli anni ’90, Aung ha costituito un Comitato e ha aperto scuole con più di 10000 studenti iscritti. Ma a ogni suo arresto tutto veniva cancellato.
Per Aung la battaglia per l’istruzione è una battaglia per la sopravvivenza stessa del popolo Rohingya: “Da anni i militari vogliono cacciare tutti i musulmani dal Paese, non solo dallo stato di Rakhine. Se non abbiamo alcuna istruzione, il governo può affermare che la nostra gente venga dal Bangladesh. Se insegniamo ai Rohingya la lingua birmana, non possono dire di essere del Bangladesh. Se educhiamo la nostra gente, inoltre, possiamo migliorare il nostro Paese e ottenere la cittadinanza”.
I Rohingya vivono infatti nella condizione di “popolo senza Stato”: non sono inclusi nei 130 gruppi etnici ufficialmente riconosciuti nel Paese, e questo li rende di fatto immigrati illegali. “Non siamo di un'altra terra. Siamo cittadini di questo Paese, il Myanmar, ma perché questo governo nega la nostra cittadinanza? Fino al 2010 potevamo votare e chiunque poteva essere eletto. Adesso nessuno può votare; nessuno può essere eletto. Nel 1990, il nostro partito poteva nominare un candidato per le elezioni parlamentari. Perché ora no? Speriamo che le Nazioni Unite e altri Paesi ci aiutino. Altrimenti non possiamo sopravvivere”.

Per il suo impegno e sacrificio personale, nel 2018 Aung ha ricevuto l’Aurora Prize, donando l’intero ammontare del premio a tre organizzazioni internazionali che forniscono aiuto medico, protezione e servizi educativi ai rifugiati dal Myanmar: Médecins Sans Frontières, Mercy Malaysia, e l’International Catholic Migration Commission (ICMC).

Si è spento nel 2021 nella provincia di Yangon, dove si era trasferito per motivi di salute, dopo aver trascorso tre anni in un campo profughi appena fuori Sittwe.

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