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A chi fa comodo la crisi dei migranti al confine polacco-bielorusso

di Anna Zafesova

La crisi dei migranti al confine polacco-bielorusso – iniziata in sordina già alla fine dell’estate per esplodere in questi giorni - è un’ennesima dimostrazione che l’Europa ha ai suoi confini non un semplice regime autoritario da condannare di tanto in tanto, ma un focolaio di problemi che la riguardano da vicino. 

Le scene dei richiedenti asilo dall’Iraq spinti dai militari di Minsk contro il filo spinato al confine sono strazianti, e mostrano come questa crisi umanitaria sia stata intenzionalmente organizzata dal regime di Aleksandr Lukashenko. Che il ponte aereo dalla Siria e dalla Turchia per importare profughi, essenzialmente curdi iracheni, da lanciare poi contro il filo spinato al confine polacco e lituano, sia opera del governo di Minsk lo dimostra la clamorosa chiusura dei consolati bielorussi ordinata da Baghdad, nel tentativo di fermare l’esodo e dietro le richieste di Bruxelles e di Washington. 

Ma basta guardare i video dal confine per accorgersi del marchio di fabbrica del regime di Lukashenko, di quella rudimentale brutalità che non si preoccupa né di usare degli sventurati come carne da macello, né di farsi incastrare dai video che gli stessi migranti postano per mostrare i militari bielorussi che li minacciano sparando in aria. 

Questa crisi artificiale è organizzata secondo il tipico schema di Lukashenko, che da 27 anni ormai ricorre alle provocazioni con scenari molto simili, tirando il sasso e nascondendo (nemmeno troppo) la mano, allo scopo di far infuriare uno dei suoi grandi vicini, ora l’Europa, ora la Russia. La “guerra ibrida” dei migranti è una di quelle provocazioni che, secondo il dittatore belarusso, è una situazione “win-win”. Vilnius e Varsavia sono in prima linea europea nel combattere il regime di Lukashenko, aiutando l’opposizione e concedendo asilo ai dissidenti. Se la Bielorussia riesce a far invadere la Polonia e la Lituania da profughi, scatenando una crisi umanitaria, il voto di protesta di destra in quei Paesi potrebbe spingere i loro governi a rinunciare a combattere la dittatura di Minsk. 

Se Vilnius e soprattutto Varsavia bloccheranno con durezza i tentativi dei richiedenti asilo di sfondare il confine sotto l’occhio vigile dei soldati bielorussi, potrebbero trovarsi ai ferri corti con Bruxelles e intensificare i contrasti già esistenti con l’Europa. Se l’Europa si spaventa del ricatto e decide di negoziare con Lukashenko (l’ipotesi meno probabile), Minsk potrebbe tornare ad avere una sponda alternativa a Mosca e riprendere respiro dopo la raffica di sanzioni da parte dell'Unione europea. 

Ma soprattutto la crisi artificiale al confine con l’Europa – e la NATO – viene creata a beneficio dell’interlocutore principale di Lukashenko, Vladimir Putin. I canali di propaganda televisiva russi, e lo stesso ministro degli Esteri del Cremlino Sergey Lavrov hanno già fatto loro la retorica di Minsk sugli “europei disumani” che “sparano a donne e bambini” alla frontiera polacca, ribaltando completamente l’abituale narrazione razzista sui “nullafacenti musulmani che invadono l’Europa” . E il dittatore bielorusso si è affrettato a telefonare al suo collega russo per denunciare un “pericolo di conflitto armato” ai confini con l’Europa. 

Nonostante sporadici tentativi di giocare su due tavoli con l’Europa, tutto quello che fa Lukashenko è ormai rivolto a Mosca. La crisi del suo regime dopo le “elezioni” del 9 agosto 2020 e della repressione violenta della protesta in piazza, ha distrutto qualunque speranza di un negoziato con l’Occidente. Ma paradossalmente ha aumentato, invece di ridurre, la leva di Minsk sul Cremlino, come mostrato anche dal recente pacchetto di accordi di integrazione tra i due Paesi. Come nota Maksim Samorukov su Carnegie Moscow, più Lukashenko vacilla, più il Cremlino riduce le sue pressioni per inglobare la Bielorussia. Nonostante Putin continui a non fidarsi del suo vicino, rimproverandogli – non del tutto a torto – di aver sabotato per vent’anni le ambizioni imperiali di Mosca, più il regime bielorusso corre il rischio di collassare, meno spazio di manovra ha Putin: l’alternativa a Lukashenko rischia sempre di più essere non un altro autocrate più abile e meno odioso, ma una rivoluzione democratica sul modello ucraino, con conseguente passaggio di Minsk nell’orbita europea e occidentale. Una opzione inaccettabile, nella visione “geopolitica” manichea di Putin. È a lui che sono indirizzate le dichiarazioni del ministero degli Esteri bielorusso sugli “armamenti pesanti ammassati dalla Polonia al confine”. 

Dopo che, al negoziato di pochi giorni fa, il Cremlino ha riconfermato lo sconto sul gas per Minsk, ma ha stretto i cordoni della borsa su altri dossier, Lukashenko vuole dimostrare a Putin di essere l’ultimo baluardo all’avanzata dell’Europa e dei suoi valori, in quello "scontro di civiltà" che il leader russo vede come inevitabile. Chiedere a Putin un intervento militare per “proteggere i confini bielorussi dalla NATO” – e quindi permettere alla Russia la finora negata presenza militare diretta sul suolo bielorusso, in cambio di aiuti per la propria sopravvivenza sul trono: nella logica di Lukashenko potrebbe essere un premio che vale il rischio di uno scontro militare in Europa, e tanto più la vita e la sicurezza di qualche migliaio di migranti mediorientali.

Anna Zafesova

Analisi di

9 novembre 2021

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