Gariwo: la foresta dei Giusti

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Non cadiamo nel tranello dell'odio

di Gabriele Nissim

Perché parlare dei Giusti? Non si convince nessuno con le prediche, ma con dei comportamenti morali. In tal senso è bellissima la favola del miele che racconta Pinar Selek. Per convincere un ragazzo a non mangiare solo del miele e così morire di fame, il maestro decide di non mangiare il miele per settimane.

“Anche io amo il miele, ma ho deciso- dice il maestro- per dieci giorni di astenermi per essere il maestro della mia parola. Così ho potuto convincere quel ragazzo a cambiare idea.” È questa l’idea di Baruch Spinoza, il quale sostiene che gli uomini virtuosi con le loro azioni possono creare una lunga catena di emulazione.

Mi piace ricordare, come diceva Hannah Arendt, che delle azioni di pochi sulla scena pubblica, pur senza apparentemente cambiare il corso degli avvenimenti, possono rappresentare un nuovo inizio all’interno della Polis.
All’inizio sembrano pazzi, pagano un prezzo personale molto pesante, ma poi fanno dei veri e propri miracoli. Sono gli unici miracoli possibili su questa terra.
Non è un Dio, ma solo l’uomo, che può sempre salvare l’uomo e in fondo l’uomo è un Dio per l’altro uomo.

Lo hanno fatto i pochi che nel ‘68 manifestarono sulla Piazza Rossa dopo l’intervento sovietico, o le donne argentine che si radunarono a Buenos Aires sulla Plaza de Majo per chiedere notizie dei loro figli scomparsi. 
Lo fanno oggi i Giusti del nostro tempo.

Perché quindi parlare dei Giusti del dialogo e dei Giusti del nostro tempo?

Perché c’è un miele ingannevole che rischia di avvelenare il mondo. Bisogna capire il sapore del miele di oggi, perché il male nel mondo si presenta sempre con una idea di Bene, come ricordava il filosofo bulgaro Tzvetan Todorov, recentemente scomparso.

Per migliorare il mondo alcuni dicono che bisogna costruire dei muri, rifare le frontiere, che bisogna rinchiudersi nei ghetti delle proprie appartenenze, nei dogmi delle proprie religioni. La condivisione del mondo, la contaminazione, è il grande pericolo per questi uomini, che dunque propongono con tanto consenso soltanto una difesa del proprio orticello, del proprio pezzettino di mondo.
È questa la sfida di oggi.
Abbiamo persino un Presidente americano che con il suo slogan America First fa questi discorsi dalla Casa Bianca.

È riapparsa la cultura dell’odio, del nemico, della contrapposizione del proprio ego ai bisogni degli altri; la verità è soltanto quella che sostieni tu, non è una verità sui dati di fatto e condivisa dagli altri. 
Un esempio di questa degenerazione sono i selfie; non si fanno più le fotografie al mondo, ma soltanto a se stessi. Non si guarda all’altro, ma soltanto alla propria faccia. Si perde così la curiosità nei confronti del mistero dell’altro e della bellezza della natura. 
Sui social network non si ama più confrontarsi con gli altri alla ricerca di un dialogo, ma si interviene soltanto per dire che noi abbiamo totalmente ragione e l’altro ha torto marcio. Così sulla rete sono nate le cosiddette false verità.

Nella politica sembra prevalere la cultura del disprezzo, che disumanizza chi la pensa diversamente. Non si discute una idea, ma si presenta l’altro come un nemico, come un essere marcio. Se dunque l’altro è un essere marcio, non ha dunque diritto di parola e di cittadinanza e va quindi combattuto.
Così ritorna la cultura della contrapposizione tra noi e loro: gli altri sono sempre i barbari, contro cui è lecito usare tutti i mezzi.

Questa cultura ha già creato dei danni enormi, perché le parole malate si sono trasformate in violenza e in prevaricazione nei confronti dell’altro uomo.

Dalle parole si è passati all’annientamento di altri uomini.

C’è così il terrorismo, che propone una sorta di apocalisse islamica dove dei giovani si presentano sulla scena come dei vendicatori che decidono chi deve vivere e chi deve morire. Non c’è differenza nel messaggio tra il giovane norvegese Anders Breivik, che uccise decine di ragazzi in Norvegia, e i terroristi suicidi di Parigi, di Bruxelles e di Berlino. È l’idea della distruzione per la distruzione che li affascina e che fa loro sognare che per questo motivo saranno ricompensato in Paradiso.

Ci sono i nazionalismi in Europa centro orientale, con dei Paesi – come l’Ucraina - che contrappongono le etnie le une contro le altre.

Ci sono i populisti che vogliono la distruzione dell’Europa e chiedono il ritorno ai piccoli staterelli, dimenticandosi che proprio i nazionalismi portarono al suicidio dell’Europa durante le due guerre mondiali.

Ci sono degli Stati e dei pseudo Stati che sono stati responsabili di veri e propri genocidi, come la Siria e Daesh, che hanno massacrato centinaia di migliaia di persone nella grande indifferenza del mondo.

Ci siamo resi ancora una volta conto che nonostante Auschwitz e la Convenzione delle Nazioni Unite non esiste una politica internazionale condivisa per la prevenzione dei genocidi.

Chi sono allora i Giusti del dialogo?
Coloro come Hamadi ben Abdesslem e Lassana Bathily, che non solo hanno salvato delle vite umane durante degli attentati terroristici, ma che si sono trasformati nel mondo arabo e musulmano in testimonial contro il terrorismo. Hanno lanciato un messaggio straordinario: quando in nome di Dio si uccide e si trova la giustificazione per compiere degli atti barbari, in realtà su uccide lo stesso Dio. Come aveva intuito Etty Hillesum, prima di morire ad Auschwitz, gli uomini sono chiamati a difendere Dio da coloro che lo vorrebbero trasformare nel peggiore dei criminali.
Essi sono l’esempio migliore nella battaglia contro i foreign fighters, contro l’ideologia dell’Isis, e ci fanno leggere l’Islam in modo diverso.

Sono coloro, come Pinar Selek e Raif Badawi, chenei due Paesi chiave di tutta l’aerea del Medio Oriente - Turchia e Arabia Saudita -, difendono l’idea di pluralità umana e religiosa e si battono contro l’idea di un pensiero unico, di un monismo che vuole imporre una sola religione, un solo partito, una sola verità, il potere di un solo uomo.

Sono coloro che salvano i migranti in mare come la Guardia Costiera italiana o Christopher e Regina Catrambone - che con il Moas hanno salvato trentamila naufraghi nel Mediterraneo -, come l’eritrea Aganesh Fessaha, che sta creando con il suo lavoro dei veri e propri canali umanitari per prestare soccorso a chi fugge dalla fame e dalle persecuzioni. Abbiamo onorato queste figure l’8 marzo a Neve Shalom e lo faremo il 22 marzo in Tunisia.

Parlare dei Giusti del dialogo non è soltanto una questione etica, ma anche una questione politica. C’è infatti un grave tranello in cui si rischia di cadere di fronte alla cultura della contrapposizione.
Come hanno insegnato Etty Hillesum, Mandela in Sudafrica, ma direi anche Antoine Leiris a Parigi e la famiglia Solesin in Italia, non dobbiamo combattere la cultura dell’odio inserendo nuovi germi dell’odio nell’umanità.

Se si cade in questo tranello, ci sarà la guerra di tutti contro tutti.
Dobbiamo agire, prendendo in mano la bandiera della non violenza, del dialogo, del convincimento.

Vorrei ricordare una favola di Mandela che raccontava due modi di combattere contro il male. Il vento e il sole si erano sfidati per convincere un uomo a togliersi il cappotto. Il primo soffiava bordate sempre più intense di vento e quell’uomo invece di spogliarsi si stringeva sempre di più al suo mantello. Il Sole invece lo riscaldava dolcemente fino a quando quell’uomo per il troppo caldo si decise a togliersi quel mantello. Il Sole lo aveva riscaldato con amore e quella persona si era sentita rassicurata e aveva dunque deciso di rinunciare alla sua corazza per aprirsi all’altro.

Certamente per ottenere dei risultati non basta essere soltanto buoni. Anche Etty Hillesum nelle sue ultime lettere si era augurata che gli alleati bombardassero il campo di concentramento di fronte a tanto orrore.
Ma vorrei ricordare lo spirito di Hrant Dink in Turchia - di cui ci parla Pinar Selek -, il quale si apriva sempre ai turchi che lo ostacolavano e diceva che di fronte a chi semina l’odio bisogna applicare un “pragmatismo tattico”.

Il dialogo è il nostro pragmatismo.

Analisi di Gabriele Nissim, Presidente di Gariwo

16 marzo 2017

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