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Operazione Ubuntu

la riconciliazione in Sudafrica

«Di una zebra non si può uccidere solo la parte bianca». Parla per metafore, Mongezi Mngese, e fa spesso appello alla saggezza africana. Parla di vittime e carnefici, di oppressione e speranza, di violenza e riconciliazione. Mongezi ha lavorato per cinque anni nei comitati della Commissione per la verità e riconciliazione (Trc), ha girato il Sudafrica andando di comunità in comunità a spiegare il senso di quella Commissione e del lavoro che stava facendo, ha incontrato le vittime dell’apartheid e i loro aguzzini, ha condotto indagini, svelato crimini, smascherato ingiustizie e ipocrisie... «Ho toccato con mano - racconta - il bisogno della gente di far emergere la verità, ma anche il grande desiderio di  riconciliazione. Ho incontrato molte persone con parenti morti, spariti, andati in esilio e mai tornati. Bisognava trovare il modo di gestire la loro rabbia, il rancore, l’odio, ma anche di offrire la speranza di un futuro migliore, innanzitutto restituendo loro la dignità e onorando la memoria dei defunti. Ma si trattava di farlo come avviene all’interno di una famiglia, dove non mancano i conflitti, ma si impara ad affrontarli e a risolverli assumendosi  ciascuno le proprie responsabilità». 

È stata scelta una delle strade possibili, ispirata e segnata dalla volontà di far luce sul passato e di far emergere la verità, come base imprescindibile per costruire percorsi di convivenza pacifica e riconciliazione. Per fare questo, però, è stato sacrificato il desiderio - che pure era legittimo e condiviso da molti - di una giustizia penale punitiva, e ci si è invece orientati verso sistemi tradizionali africani. Quello sperimentato in Sudafrica è un modello di giustizia redentiva e riparatoria, che mira a reintegrare nella comunità sia le vittime che gli aggressori. Un modello che si fonda sul concetto di ubuntu, che è il contrario dell’individualismo occidentale: io sono, perché sono con gli altri e mi definisco attraverso la comunità e le sue reti di prossimità e interdipendenza. Ed è attraverso la comunità che è possibile restituire dignità alle vittime e reinserire i colpevoli come membri utili, consapevoli delle loro responsabilità e capaci di assumerle. Responsabilità individuali, ma anche collettive. Memoria delle persone, ma anche di un’intera nazione. Che va svelata, condivisa, curata, perché si possano attuare cambiamenti reali e significativi per tutto il Paese. «Perdonare ma non dimenticare», ha ripetuto all’infinito Nelson Mandela. «Non esiste avvenire senza perdono - gli ha fatto eco l’arcivescovo anglicano Desmond Tutu, presidente della Trc -. Ma per perdonare bisogna sapere ciò che è accaduto».

«Ho raccontato la mia storia alla Commissione - ricorda father Michael Lapsley - perché credo nella giustizia redentiva più che in quella punitiva. La tentazione di dimenticare non può avere successo. Bisogna lottare per la verità, non per la vendetta. Per l’ubuntu, non per la vittimizzazione. La cosa più importante è la guarigione degli individui e della comunità, non la pena, la punizione. È un lungo viaggio. Di tutti». Father Michael non è nero e nemmeno sudafricano. Eppure per essersi schierato contro l’apartheid e aver lottato per un Sudafrica multirazziale e libero è stato prima espulso dal Paese, poi gravemente mutilato da un pacco-bomba, recapitatogli ad Harare, dove si trovava in esilio. È sopravvissuto per miracolo questo pastore anglicano di origini neozelandesi, ma ha perso entrambe le mani e un occhio. Come molti sudafricani porta sul corpo le ferite di una lotta dura, brutale, che non guardava in faccia nessuno. Ferite visibili, che ne celano altre, nascoste ma non meno profonde e dolorose, quelle dell’anima, quelle che trasformano le vittime in vendicatori, che alimentano l’odio e la sete di vendetta. Che vanno ricucite, curate, esattamente come quelle del corpo.
«Non ho perdonato - dice - semplicemente perché non c’è nessuno da perdonare, perché non so chi mi ha spedito la bomba. Il perdono è difficile e costoso, ma anche liberatorio. E c’è bisogno di essere liberi per continuare una nuova vita. Ma non sempre è possibile curare la memoria…».

La sua personale esperienza di militante per i diritti umani e di vittima del regime razziale, ma anche la convinzione che bisognasse fare qualcosa «per» e non solo «contro», lo hanno spinto a tornare in Sudafrica nel ’92, due anni dopo aver subito l’attentato. Stabilitosi a Cape Town si mette al servizio del Centro traumatico per le vittime della violenza e della tortura. Poi, nel ’98, fonda l’Institute for the Healing of Memories, l’Istituto per la cura della memoria.
Oggi, father Michael e Mongezi lavorano insieme. Origini, esperienze, punti di vista diversi, ma un’unica convinzione fortemente condivisa: ancora oggi, sostengono entrambi, dieci anni dopo la fine dell’apartheid, occorre continuare il processo che la Trc ha solo avviato, e non certo esaurito; quello di ricostruire i rapporti e le relazioni per creare insieme un futuro migliore. «La fine del lavoro della Commissione - dice Mongezi - non significa che non si debba continuare a educare noi stessi a vivere una vita nuova e ad avere un futuro felice per noi e i nostri figli».

Sono moltissime le vittime dell’apartheid che non hanno avuto la possibilità di testimoniare davanti alla Commissione o che portano su di sé le conseguenze di traumi permanenti, che richiedono un’assistenza psicologica, emotiva e spirituale. «Da una parte - sostiene Mongezi -, c’è ancora molta discriminazione, dall’altra molta vittimizzazione. Ma c’è anche la consapevolezza che bisogna vivere insieme e insieme costruire qualcosa di nuovo. Bisogna dare una speranza per il futuro, sapendo chiaramente da dove veniamo per immaginare dove andiamo. Occorre tracciare la strada a partire da ciò che è stato e che siamo. E cercare di capire che cosa significa costruire un nuovo sistema democratico, fondato su un cultura condivisa dei diritti umani e su forme nonviolente di lotta per una società più giusta, equa e solidale».

Tutti sono interpellati, a cominciare dalle istanze pubbliche, affinché promuovano profonde riforme istituzionali e strutturali che cancellino le ingiustizie e le discriminazioni del passato, siano esse sociali, economiche o politiche. E mettano fine allo scandalo dell’enorme divario economico, che ancora oggi è la prima e principale forma di segregazione per milioni di persone. «Povertà, violenza, disoccupazione… Sono tutti problemi che rischiano di avvelenare i rapporti tra le persone e di porre una pesante ipoteca sulle generazioni future», dice father Michael. Che è convinto che guarire la memoria non basta. Occorre creare le condizioni per una convivenza pacifica, sulla base della quale costruire un’autentica riconciliazione nazionale e prevenire le ingiustizie e le gravi violazioni dei diritti umani che hanno macchiato la storia del Sudafrica.

«Bisogna continuare a lavorare su diversi piani - dice Mongezi -: con coloro cha hanno subìto gli abusi e le violenze dell’apartheid, con quelli che sono tornati dall’esilio e hanno trovato sì libertà, ma anche povertà, con chi ha lottato per un Sudafrica nuovo e oggi si trova a convivere con problemi vecchi, come la cronica mancanza di lavoro. Aspettative deluse che si sommano alle sofferenze del passato e mettono a rischio il futuro».

Sono passati molti anni, ma c’è ancora tanto cammino da fare, a tutti i livelli della società. Quello che il Sudafrica del post-apartheid ha sperimentato e continua a realizzare è qualcosa di talmente nuovo e inedito che è difficile dire con certezza quali frutti darà. Certo, saranno inevitabilmente il risultato di un difficile e laborioso compromesso, con tutte le delusioni e le imperfezioni che esso inevitabilmente comporta. «Il problema non è il colore, è il sistema - dice father Michael -. Dev’essere chiaro che oggi si sta combattendo per creare qualcosa di diverso e di nuovo. E per fare questo ci vuole una visione morale di fondo e il desiderio di sacrificarsi per essere finalmente liberi».

È una questione che chiama in causa anche i più giovani, quelli che dell’apartheid non hanno una memoria propria o l’hanno molto sbiadita. O, peggio ancora, l’hanno avvelenata dai racconti degli adulti. «In questi casi - dice Mungesi - si tratta non tanto di curare, quanto piuttosto di “fare” memoria. È un problema di consapevolezza della storia del nostro Paese e del nostro popolo, che sta creando conflitti generazionali all’interno delle famiglie. Alcuni giovani non capiscono e pensano di costruirsi una vita senza tener conto di quanto è successo qui. Altri, invece, subiscono l’influenza negativa di genitori, che trasmettono loro l’odio e il risentimento coltivato per anni. È una situazione complessa, difficile. Tutti siamo in un modo o nell’altro vittime dell’apartheid. Si tratta ora di far capire che tutti abbiamo anche dei diritti. Compreso quello di costruire insieme un Sudafrica libero, multirazziale e riconciliato».

Anna Pozzi, Mondo e Missione

Analisi di Anna Pozzi, Mondo e Missione

12 novembre 2013

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Sudafrica, la nazione “arcobaleno”

dall’apartheid alla democrazia

Apartheid (letteralmente “separazione”) è il termine che definisce la politica di segregazione razziale istituita dal governo di etnia bianca del Sudafrica nel secondo dopoguerra, rimasta in vigore fino al 1993. È stata dichiarata crimine internazionale da una convenzione ONU nel 1973 e quindi inserita nei crimini contro l’umanità.
Per la prima volta il termine apartheid fu usato in accezione politica dal premier sudafricano Jan Smuts, nel 1917, ma solo dopo la vittoria del Partito Nazionale, una formazione nazionalista di destra, nel 1948 i neri e i bianchi furono separati sui mezzi pubblici o negli uffici statali e furono istituiti i bantustan, ghetti per la popolazione nera, nominalmente indipendenti ma in realtà sottoposti al controllo del governo sudafricano.

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