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Sarajevo e Mostar trent'anni dopo la guerra

di Giacomo Corbellini

Entrare in Bosnia-Erzegovina dal Montenegro significa attraversare il fiume Tara, suggestivo e sinuoso corso d’acqua che si snoda lungo l’omonimo canyon, il più profondo d’Europa. Nonostante sia agosto inoltrato, il clima è piovoso e umido ed il cielo grigio. Un pericolante ponte di legno conduce alla dogana con la Bosnia, dove un particolare cattura la mia attenzione: la classica bandiera gialloblù, che siamo tutti abituati a vedere sulle cartine o durante le manifestazioni sportive, è sostituita da una bandiera a bande orizzontali bianche, blu e rosse, assai simile a quella serba. Mi trovo in Repubblica Srpska, l’entità sub-nazionale a maggioranza di serbi-bosniaci che compone il Paese, ai sensi dell’Accordo di Dayton del 1995, insieme alla Federazione di Bosnia ed Erzegovina.

Il tragitto stradale che conduce a Sarajevo è accidentato e malridotto, costruito per metà in asfalto e per metà sterrato; il paesaggio, invece, è vario e affascinante. Mi colpisce il modo in cui un automobilista bosniaco saluta un pullman targato Belgrado sollevando pollice, indice e medio e componendo un “tre” con le dita. Si tratta di un saluto tipico del nazionalismo serbo, che può rappresentare lo slogan “Dio, Patria e Famiglia”, ma anche l’idea della Grande Serbia (“Dio, Patria e Zar”) o le tre regioni serbe della ex-Jugoslavia; il Montenegro, la Bosnia e, appunto, la Serbia. Capisco subito di non essere in un Paese qualunque, ma in un luogo che - come racconta Tatjana Dordevic su queste pagine - ha ancora ben visibili le ferite dei conflitti etnico-religiosi di fine Novecento.

I centri abitati serbo-bosniaci costruiti lungo la strada per Sarajevo sono spesso addobbati da bandiere serbe e russe ed è facile incontrare diversi murales in cirillico ritraenti la sola cartina della Repubblica Srpska (senza comprendere, cioè, la Federazione di Bosnia ed Erzegovina). Il territorio della Repubblica Srpska arriva fino alle porte di Sarajevo, città assediata dall’esercito serbo-bosniaco di Ratko Mladic e dall’Armata Popolare Jugoslava per quasi quattro lunghi anni, dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996: l’assedio di una capitale più duraturo della storia contemporanea. 1425 giorni. Un’eternità.

Non appena giunto a Sarajevo capisco subito come sia stato possibile: la città si trova esattamente al centro di una scoscesa valle, attorno alla quale si inerpicano cime spigolose, in grado di fornire una posizione di vantaggio strategico e un’ottima visuale all’esercito aggressore. Il centro cittadino, invece, si sviluppa su entrambi i lati del fiume Miljacka ed è attraversato da diversi ponti, tra cui il Ponte Latino. Lo stesso in prossimità del quale il terrorista serbo-bosniaco Gavrilo Princip attentò, il 28 giugno 1914, alla vita dell’Arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo. Il casus belli della Prima guerra mondiale assume, alla luce dei sanguinosi eventi occorsi a Sarajevo negli anni ’90, un carattere premonitore: poche città hanno avuto un tale peso specifico nelle travagliate vicende del Novecento europeo.

La storia della capitale bosniaca è affasciante, cosmopolita e fortemente intrisa di pluralismo etnico, religioso e artistico. La città venne fondata per mano del Bey ottomano Isa-Beg Isaković e successivamente abbellita, grazie all’opera del Bey Gazi-Husrev, da moschee, bazar, palazzi e bagni termali. A fine Ottocento, Sarajevo venne occupata dalle truppe dell’Impero Austro-Ungarico, che governò il Paese per trent’anni circa, fino al termine della Prima guerra mondiale. Durante l’occupazione, i reali austroungarici inviarono a Sarajevo i migliori architetti dell’epoca, con lo scopo di ammodernare, secondo i canoni artistici della Secessione e dello stile neo-moresco, la città balcanica.

Sarajevo si impone oggi, grazie a questa particolare commistione di stili architettonici, come un ben riuscito e difficilmente replicabile esempio di melting pot artistico, che consente ai suoi visitatori di potersi sentire contemporaneamente sulla Graben di Vienna o in una viuzza del Sultanhamet di Istanbul. Lo stesso vale per la sua composizione etnico-religiosa, visto che Sarajevo è abitata da bosniaci-musulmani, serbi-ortodossi e croati-cristiani. Camminando per la vie della città, anche nota come la “Gerusalemme d’Europa”, è possibile notare la presenza, a distanza di pochi metri, di moschee, sinagoghe, chiese cattoliche e chiese cristiano-ortodosse.

Decido di visitare la sinagoga ashkenazita, dove mi viene raccontato che dei circa 12000 ebrei presenti a Sarajevo prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale (il 20% della sua popolazione dell’epoca), solamente poche centinaia continuano a risiedere attualmente nella capitale bosniaca. L’onda genocidaria della Shoah non ha risparmiato la Bosnia-Erzegovina, così come Sarajevo. Lo Yad Vashem di Gerusalemme riporta, in relazione a ciò, come tra i 14000 ebrei bosniaci presenti nel Paese prima dello scoppio della guerra, circa 12000 non abbiano mai fatto ritorno dai campi di concentramento nazifascisti.

A poca distanza dalla sinagoga ashkenazita vi è la moschea Gazi Husrev, considerata da molti come la più bella di tutti i Balcani. La moschea è posizionata al centro di Baščaršija, il quartiere ottomano della città, sul cui ingresso si legge la dicitura “Sarajevo: meeting of cultures”, “incontro di culture”. Proprio in quel punto gli edifici viennesi della parte austriaca del centro abitato lasciano spazio ai bazar, ai minareti delle moschee e ai caffè in stile Istanbul.

Vicino al fiume si erge, invece, il municipio di Sarajevo. Il palazzo è stato pesantemente distrutto durante i quattro anni di assedio e la sua ricostruzione è terminata solamente nel maggio 2014. Oggi, il municipio ospita diversi uffici istituzionali e musei. Il più toccante tra loro è senz'altro quello dedicato al Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia (ICTY), l’organo giudiziario delle Nazioni Unite che ha avuto la competenza di condannare i criminali di guerra della pulizia etnica avvenuta nei Balcani negli anni ’90. Proprio all’interno del municipio era presente una sala d’ascolto per le testimonianze delle vittime di crimini contro l’umanità e genocidi; oggi l’aula, volutamente lasciata intatta, è divenuta un importante luogo di memoria e formazione.

Attorno alle fotografie dei criminali di guerra Mladic e Karadzic e dei giudici della Corte, l’esposizione alterna oggetti inerenti al conflitto, come bossoli e proiettili, e testimonianze audiovisive che descrivono le azioni genocidarie commesse dai condannati. Si tratta di una visita toccante, ma necessaria per ricordare ed onorare gli sforzi che la comunità internazionale ha profuso, mediante il Diritto penale internazionale, per condannare efficacemente gli episodi criminali compiuti nei Balcani trent’anni fa.

Non troppo distante dal municipio si trova, invece, il museo dell’assedio di Sarajevo. Ad accogliere i visitatori vi è un uomo sulla cinquantina, dallo sguardo serio e malinconico. Accanto a lui, spiccano una cartina della ex-Jugoslavia e una mappa della città assediata, comprensiva delle postazioni di artiglieria serbo-bosniache e dei punti di osservazione da cui i cecchini di Mladic e Milosevic erano soliti seminare terrore e morte. L’esposizione si contraddistingue per il suo realismo. Un realismo crudo che non lascia indifferenti. Sulle pareti e nelle sale del museo sono stati posizionati numerosi effetti personali delle vittime dell’assedio; generi alimentari targati UNHCR, una racchetta da ping pong appartenuta a un giovane abitante della città; lo zaino e l’astuccio di una studentessa; una scacchiera di legno con una partita di scacchi ancora in corso. Tutto sembra essersi fermato a quei terribili 1425 giorni, quando le esplosioni di bombe nei luoghi pubblici erano parte integrante della quotidianità dei cittadini di Sarajevo e gli spari dei cecchini serbo-bosniaci crivellavano di colpi i palazzi della città, oltre che i corpi di tanti civili indifesi.

Pazi Snajper!” “Attenzione, cecchino!” è possibile leggere su diversi cartelli esposti sui muri del museo. Tra le 12 mila vittime dell’assedio - tra cui, tristemente, 1500 bambini - in molti hanno perso la vita a causa dei cecchini appostati sulle colline che circondano Sarajevo. Diversi contributi multimediali sparsi per il museo ne onorano il ricordo. Mi colpisce in modo particolare la presenza di una teca dedicata al Giusto Goran Cengic, un campione di pallamano ucciso durante l’assedio della città per aver provato a salvare la vita del suo vicino di casa musulmano. La memoria di Cengic assume in questo luogo un forte carattere evocativo e formativo: la sua eredità, così come quella di tutti gli altri Giusti che si sono battuti contro la pulizia etnica perpetrata nei Balcani negli anni ’90, ci ricorda oggi che anche nei contesti in cui la malvagità dell’uomo agisce in maniera più dirompente i Giusti si possano presentare, salvando vite umane e condividendo messaggi di speranza. Uscendo dal museo incrocio lo sguardo severo del suo gestore. Vorrei chiedergli di raccontarmi la sua testimonianza in merito all’assedio, ma vengo ben presto dissuaso dal farlo. Dopotutto si tratta di un male recente, una ferita ancora aperta.

Salutata Sarajevo parto alla volta di Mostar, la più importante città dell’Erzegovina, situata non distante dal confine con la Croazia. L’autostrada a tre corsie che congiunge Sarajevo e Mostar è ben diversa dalle strade semi-sterrate della Repubblica Srpska e il viaggio scorre veloce. Anche Mostar venne assediata dai serbi per diversi mesi; in quel caso, i croati e i bosniaci riuscirono a far fronte comune, scacciando le truppe di Belgrado dopo diverse settimane di ostilità. Successivamente, gli attriti etnico-religiosi presenti all’interno del Consiglio di difesa croato - costituito nell’aprile 1992 da croati-cristiani e bosniaci-musulmani con lo scopo di contrastare le truppe serbe - sfociarono in una terribile battaglia “casa per casa” tra le vie della città, i cui segni sono ancora oggi ben visibili sulle facciate dei palazzi del quartiere ottomano. Lo Stari Most, il “ponte vecchio” di Mostar, è stato in quell’occasione bombardato e distrutto dalle truppe croate, divenendo un luogo simbolo della guerra nei Balcani. Ricostruito nel 2004 e dichiarato Patrimonio UNESCO nel 2005, oggi lo Stari Most pullula di turisti e curiosi visitatori intenti a fotografare gli sportivi che si tuffano nella Neretva, il fiume color smeraldo che divide in due la città. Il ponte di Mostar è il mio ultimo ricordo della Bosnia-Erzegovina.

Visitare questo Paese, così importante e centrale per la storia del Novecento, è un’esperienza non facile da compiere. Il tangibile lascito degli episodi genocidari che vi si sono verificati nel corso del ventesimo secolo non può lasciare indifferenti. Camminare oggi tra le vie di una Sarajevo ancora ricca di palazzi crivellati di colpi, tra le sale dei musei dedicati alla ICTY o all’assedio cittadino, così come percorrere la scoscesa scalinata dello Stari Most di Mostar, raggela il sangue e fa riflettere profondamente. Com’è stato possibile che una sanguinosa guerra fratricida abbia gettato morte e orrore su questi popoli e su queste terre? Com’è stato possibile che, per quattro lunghi anni, gli abitanti di Sarajevo non abbiano potuto circolare liberamente tra le vie della città, per paura di perdere la vita in un attentato o per mano di un cecchino serbo? L’unico modo per provare a trovare una risposta a queste domande è informarsi e visitare i luoghi dove la dignità umana è stata orribilmente calpestata, affinché non accada mai più.

Oggi, la Bosnia-Erzegovina è una federazione in cui le diverse comunità nazionali convivono in maniera apparentemente pacifica. La particolare forma di Stato e di Governo decisa dopo l'Accordo di Dayton consente, infatti, che alle tre etnie venga garantita autonomia decisionale e adeguata rappresentanza istituzionale. Non mancano, in ogni caso, gli episodi di attrito e contrasto etnico-religioso. Diversi anni fa, ad esempio, la Giusta Svetlana Broz si era battuta a favore della costruzione di un Giardino dei Giusti delle guerre balcaniche a Sarajevo. La proposta, accettata inizialmente dal Consiglio municipale della città, si è poi arenata a causa delle rimostranze di alcuni politici locali, che avrebbero “personalmente tagliato un albero dedicato a qualcuno di non appartenente alla propria etnia” se il Giardino fosse stato costruito. Come già detto, le tensioni dei conflitti del Novecento non sono ancora del tutto sopite nei Balcani occidentali.

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