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"Mia moglie Narges Mohammadi ha una missione per la libertà delle donne e del popolo iraniano"

Intervista a Taghi Rahmani, scrittore dissidente e marito dell'attivista iraniana Nobel per la pace

Oggi, Taghi Rahmani è conosciuto soprattutto per essere il marito dell’eroica attivista e Premio Nobel per la Pace Narges Mohammadi. In pochi lo ricordano, invece, come un dissidente politico di spicco della resistenza alla teocrazia iraniana, nonché giornalista e scrittore che detiene il macabro record per il maggior numero di giorni e anni passati nelle galere del paese.

Taghi Rahmani, ci può raccontare la sua storia prima dell’esilio a Parigi?

Sono nato nel 1959 e dopo il diploma ho iniziato a studiare Storia all’università, ma non ho potuto proseguire gli studi dopo il 1979, a causa della cosiddetta "rivoluzione culturale". Dopo di me altri studenti sono stati cacciati. Faccio politica da quando avevo 15 anni, sono stato più volte arrestato anche durante il regime dello Scià. Dal 1980 sono stato in carcere complessivamente 14 anni. Da 11 anni vivo in esilio a Parigi con i nostri figli, ma continuo a lottare contro ogni forma di totalitarismo e oppressione perché credo fermamente nella dichiarazione universale dei diritti umani.

Lei ha conosciuto Narges Mohammadi all’università, quando ancora non era una dissidente…

Narges è cresciuta in una famiglia di dissidenti. Alcuni suoi cugini sono stati impiccati negli anni ‘80. Era un’atleta, creava associazioni e organizzava incontri legati al diritto allo sport all’interno del circuito studentesco. Ci siamo conosciuti in una libreria dove io tenevo lezioni di storia “underground”. Lei è entrata nell’ambito del mio partito, dove è stata la donna più attiva. All’università poteva fare poco per via dei controlli continui. Poi ha conosciuto il Premio Nobel Shirin Ebadi e insieme hanno fondato il DHRC, Defenders of Human Rights Center. Narges è diventata un’attivista per i diritti umani perché ha capito che un sistema basato sulla religione è discriminatorio. Da allora, non ha mai smesso di opporsi al regime che strumentalizza la religione per esercitare il proprio potere. Dopo l’omicidio di Mahsa Amini si è esposta molto dal carcere di Evin per sostenere il movimento “Donna, vita, libertà”.

Quando ha parlato con lei l’ultima volta?

Ventuno mesi fa, quando era riuscita a uscire dal carcere. Sono molto preoccupato per la sua salute. Sto facendo un tour in tutta Europa perché voglio che Narges venga liberata e possa andare a Oslo il 10 dicembre per ricevere il premio Nobel. La cosa fondamentale ora è che possa essere curata, perché ha due arterie coronarie quasi completamente occluse e rischia la vita. I medici chiedono che venga curata, ma ogni volta che si presenta senza velo si rifiutano di portarla in ospedale (nei giorni scorsi ha però vinto la sua battaglia e per due volte è riuscita ad essere trasferita in ospedale senza hijab, ndr). Nel frattempo, continuo a fare pressione su politici, governi, sul Parlamento europeo e sulle organizzazioni umanitarie affinché si interrompa la feroce repressione contro il mio popolo: si deve sapere che la maggior parte degli iraniani vuole la democrazia.

Tutti gli iraniani hanno spirito di sacrificio, ma quello di sua moglie sembra addirittura “esasperato”. Come può essere spiegato?

Narges ha scritto una lettera ai nostri figli, Ali e Kiana, perché spera che un giorno loro possano capirla e perdonarla per non aver potuto vederli crescere. Ha scritto che doveva pensare al futuro di migliaia di bambini e giovani iraniani. Lei ha degli ideali davvero forti. Pensa di dover fare tutto ciò che può affinché tutti gli esseri umani possano avere gli stessi diritti. Io l’ho sempre sostenuta, anche nelle scelte più difficili.

E i suoi figli hanno capito?

Ali è fiero di sua madre, mentre Kiana si è sempre lamentata perché nella sua vita ha avuto al proprio fianco sua madre o suo padre, ma mai entrambi. Da quando Narges ha vinto il Nobel, anche Kiana ha cominciato ad essere più attiva (è stata lei a leggere il discorso di ringraziamento della madre dopo aver vinto il Nobel per la Pace, ndr). Io spero che arrivi il giorno in cui i miei figli possano capire la sua scelta e perdonarla. E dirò di più: il mio sogno è che anche loro diventino attivisti.

Dopo aver saputo della vittoria del Premio Nobel, Narges ha detto: “Alcune delle nostre compagne di cella hanno iniziato a piangere e il nome di Mahsa Amini echeggiava in tutto il reparto. Ci siamo tutte tenute per mano e abbiamo formato un grande cerchio e ci siamo sentite unite”.

In realtà, Narges era stata candidata anche nei due anni precedenti. Ho capito che ce l’aveva fatta quando durante l’annuncio del premio Nobel è stato pronunciato lo slogan “Donna, vita, libertà”. Lei era molto felice e in carcere tutte le prigioniere politiche sono esplose di gioia, cantando canzoni rivoluzionarie. Anche nella sezione maschile del carcere di Evin i detenuti hanno espresso molta felicità. Tutti sperano che lei ora possa portare avanti con maggior forza la lotta contro la teocrazia. Per lei il Nobel per la Pace - così come tutti i premi e le onorificenze ricevute precedentemente - è la dimostrazione che ha una missione da portare avanti per la libertà delle donne e del popolo iraniano.

Qual è la situazione in Iran ora?

Il regime continua la sua repressione senza pietà, attraverso le incarcerazioni e le condanne a morte. Ma, per usare una metafora, posso dirle che se il mio popolo prima aveva la ribellione nelle vene, ora si è diffusa anche in tutti i capillari del corpo. La resistenza in questi mesi ha assunto diverse forme e oggi si esprime attraverso gesti quotidiani. Moltissime donne non portano più il velo, pur sapendo di rischiare la vita. Medici, artisti e intellettuali si stanno esponendo. E sono sicuro che presto torneranno anche nelle piazze, perché nessuno vuole più la teocrazia.

Narges Mohammadi ha chiesto di fermare i bombardamenti in Palestina. Lei cosa pensa del conflitto fra Hamas e Israele?

Questa guerra è una sciagura per tutto il mondo. Tutti i regimi musulmani strumentalizzano la questione palestinese per i propri interessi. E lo fa anche la Repubblica islamica per poter reprimere il nostro popolo. Penso che la pace possa e debba essere raggiunta, tornando a rispettare le convenzioni stabilite dalle Nazioni Unite, anche se Israele non le ha rispettate molto, almeno così mi pare. Se ci sarà la pace, nessun governo musulmano potrà continuare ad usare la questione palestinese per violare i diritti umani.

Ringraziamo Amnesty International Italia per aver contribuito alla riuscita di questa intervista.

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