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Le due vite di Vito Alfieri Fontana, da fabbricante di morte a sminatore nei Balcani

di Tatjana Dordevic

Il libro Ero l'uomo della guerra, edito lo scorso anno da Editori Laterza, racconta la testimonianza di una vita. In realtà, di due vite, come sottolinea l'autore e protagonista Vito Alfieri Fontana. Nella prima, Vito è stato un ingegnere e produttore di mine antiuomo. Nella seconda, si è trasformato in uno sminatore e operatore per l'organizzazione umanitaria INTERSOS, impegnata nei Balcani. Scritto in collaborazione con il giornalista italiano Antonio Sanfrancesco, questo libro rappresenta, secondo le parole di Vito, l'ultimo confronto con se stesso.

Lei era proprietario della compagnia Tecnovar, di Bari, che produceva le mine antiuomo. Ha gestito con successo l'impresa dal 1977 al 1993, producendo oltre 2,5 milioni di mine distribuite in tutto il mondo. Tuttavia, nel 1997, ha preso la difficile decisione di chiudere l'azienda, non a causa di una crisi finanziaria, bensì a seguito di una profonda crisi identitaria e di coscienza. Un giorno suo figlio le chiese: "Papà, sei un assassino?". È stato questo il momento che ha segnato una svolta nella sua vita?

Quel giorno portavo Ludovico a scuola. In macchina ho dimenticato i nuovi cataloghi che avevamo stampato da poco, e mio figlio se li è presi iniziando a sbirciarli. Ha cominciato a spararmi domande: “che razza di roba sono le mine antiuomo?”, “a cosa servono?”, e “in quali posti vanno più a ruba?. Non volevo raccontargli frottole, e dopo un po', mentre ascoltava i miei discorsi, mi ha domandato se io fossi un produttore di armi. Ho cercato di spiegargli che qualcuno deve pure tirare avanti anche quel mestiere, ma lui mi ha fulminato con un "E perché proprio tu?". Dopo una breve pausa di silenzio, mio figlio di otto anni all’epoca mi chiese: "Insomma papà, tu sei un assassino?". Dopo quel discorso, non avevo più le scuse per difendere il fatto che fossi un produttore d'armi…

In una trasmissione sulla RAI, Gino Strada, fondatore e presidente di EMERGENCY, ha descritto cosa sia una mina antiuomo e quali mutilazioni e lesioni provochi, specialmente nei bambini. Dopo quell'evento, anche lei si è unito alla campagna internazionale per la messa al bando di mine antiuomo, che ha portato all'approvazione della legge del 1997 che ne vieta la produzione in Italia. Come mai ha deciso di far parte di quella campagna?

Un giorno Gino Strada mi ha telefonato, domandandomi se fossi consapevole delle mie azioni e invitandomi ad unirmi alla sua campagna. In un'altra occasione, durante un raduno di attivisti, un giovane mi ha chiesto: "Ingegnere, cosa sogna di notte? Forse immagina un altro conflitto e quanti soldi potrebbe guadagnare?". Erano incontri imbarazzanti in un periodo in cui ancora non avevo chiaro cosa fare. Nel 1993, il Senato della Repubblica Italiana ha votato a favore di una proposta di legge contro la produzione di mine antiuomo, impegnandosi a ratificare il protocollo della Convenzione delle Nazioni Unite del 1980. Tale protocollo vieta la vendita delle mine antiuomo all'estero e obbliga l'Italia a partecipare alla bonifica dei campi minati nelle zone di guerra. In quell'anno ho preso la decisione che Tecnovar dovesse cessare definitivamente la produzione e che la fabbrica dovesse essere riconvertita. Mio padre, il fondatore di Tecnovar, ha faticato ad accettare la mia scelta, ma io sapevo che era la decisione giusta.

Da allora inizia la sua lotta, durante la quale ha considerato persino il suicidio. Tuttavia, Nicoletta Dentico, vincitrice del Premio Nobel per la Pace nel 1997 e leader della campagna contro le mine, l'ha invitata a Oslo per la conferenza conclusiva, alla quale hanno partecipato i rappresentanti di 88 paesi firmatari della legge che vietava la produzione di mine antiuomo. È stato quel momento che le ha fatto capire che poteva fare qualcosa di positivo?

Nicoletta mi disse che avevano bisogno di me. In quanto ingegnere, possedevo più conoscenze rispetto a loro, nel caso si verificassero incomprensioni riguardo ai tipi di mine menzionati nel testo. Ero felice di poter aiutare. Nato con inclinazioni negative, per anni ho messo la mia intelligenza e professionalità al servizio del male, anestetizzando la mia coscienza o ricorrendo ad autoinganni ridicoli. Da una situazione del genere è difficile orientarsi verso il bene. Tuttavia, la bontà e l'umanità spesso sono il frutto di un viaggio difficile. Nel mio percorso mi sono allontanato dalla famiglia, ho trascorso vent'anni nei Balcani, ho perso la salute e un occhio. Anche se so di non poter mai restituire a qualcuno una gamba o un braccio persi a causa di una mina, trovo pace sapendo di aver bonificato molte zone minate.

​​Quali tipi di mine producevate?

Le mine a pressione e le mine a frammentazione. Le prime esplodono quando vi si cammina sopra, strappando via piedi, gambe, genitali, mentre le seconde si attivano attraverso un cavo iniziale e uccidono sul posto. Per chi le incontra, la seconda opzione è preferibile, a meno che non siano cariche di schegge metalliche che feriscono chiunque si trovi nelle vicinanze. Dopo aver prodotto una mina, non la testavamo mai su un manichino che simulava un essere umano, ma su una lastra d'acciaio di 50 per 50 centimetri con uno spessore di 5 millimetri. Collocavamo la mina sulla lastra e la facevamo detonare. Se la mina trapassava la lastra, significava che aveva superato il test e che il "prodotto" funzionava. Quando la mina non perforava l'acciaio, provavo un senso di disperazione. Tutto ciò era così disumano. Non volevo vedere che quella lastra di prova non rappresentava soltanto un pezzo di metallo, ma poteva essere un uomo, un bambino che giocava a calcio in un campo o una donna incinta.

In quali paesi avete venduto di più le vostre armi?

Principalmente in Egitto, che operava in varie zone di guerra attraverso il Ministero della produzione militare. Ho conosciuto un ex ufficiale che era fedele a Saddam Hussein. Durante la guerra tra Iraq e Iran comandava l'ingegneria militare in Egitto. In un'occasione mi raccontò che Hussein gli aveva detto: "Non ho idea da dove li procuri, ma è importante solo che abbiano quel profumo italiano". Tecnovar commerciava anche con gli Stati Uniti, il Canada, la Corea del Sud, gli Emirati Arabi Uniti, la Francia e la Thailandia. In Bosnia sono stati trovati campioni da noi forniti all'esercito tedesco. Non ho mai capito come siano finiti lì.

Dove si acquistano oggi le mine?

La Cina, la Russia, l'India, l'Iran, la Corea del Nord, la Corea del Sud, il Pakistan, il Myanmar, la Cuba, Singapore e il Vietnam continuano a produrre mine nonostante il divieto. Anche gli Stati Uniti le fabbricano, giustificando la produzione con la necessità di mantenere la sicurezza al confine tra le due Coree. Attualmente, nessuno è in grado di stimare quanti campi minati siano ancora presenti. Lungo il confine tra Iran e Iraq ce ne sono sicuramente più di 40 milioni. Almeno mezzo milione di persone ha subito danni, tra morti e mutilati.

Nel suo libro lei scrive che i Balcani sono stati una terapia. Come ha deciso di andare in Kosovo a fare lo sminatore?

Ho sentito una pubblicità alla radio che diceva che INTERSOS stava cercando operatori in Kosovo. Mi sono candidato e il 15 settembre 1999 sono atterrato a Pristina. Sono stato anche in Bosnia, così come in Serbia, dove ho trascorso tre mesi smontando le bombe NATO che sono rimaste li. Ho fatto questo lavoro per quasi vent'anni. Quando mi sono trovato per la prima volta in un campo minato, solo allora ho avuto una chiara immagine del male che producevo. Ho disinnescato migliaia di mine, ma quel numero non significa nulla di fronte alle vite distrutte di cui sono stato responsabile.

Oggi abbiamo due grandi guerre in corso. Quanti anni ci vorranno per bonificare i campi minati una volta che la guerra in Ucraina sarà finita?

Almeno vent’anni, con un investimento di 200 mila euro al mese.

Dopo tutto, riesce a dormire tranquillo oggi?

In parte. La bonifica dei campi minati è stata per me come una rinascita. Nelle mie due vite ho capito che per la guerra basta armarsi, mentre per la pace è indispensabile il coraggio.

Intervista pubblicata in serbo-croato il 12 febbraio 2024 su Novosti

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