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Feyisa Lilesa (1990)

il suo gesto rappresenta un appello di giustizia contro la persecuzione degli Oromo

Quando il maratoneta etiope Feyisa Lilesa, medaglia d’argento alle Olimpiadi di Rio dell’agosto 2016, ha tagliato il traguardo incrociando i polsi, tutti si sono chiesti cosa rappresentasse quel gesto. 

Poco si sa, infatti, dell’emarginazione e della persecuzione dell’etnia Oromo dell'Africa nord-orientale, alla quale appartiene Lilesa, come del resto la maggior parte dei corridori etiopi. Il gesto del campione olimpico, che riprende quello usato nelle dimostrazioni anti-governative dell’epoca, rappresenta un appello di giustizia per il suo popolo, sistematicamente preso di mira e oppresso dal regime al potere. Anche a costo di rischiare la sua vita e sacrificare la sua carriera, Lelisa ha voluto esprimere solidarietà alla protesta degli Oromo, che nel 2015 si sono ribellati all’ex governo. In alcune interviste ha raccontato quello che l’etnia Oromo ha subito: le uccisioni, le mutilazioni, le detenzioni arbitrarie, le sparizioni forzate e le ingiustizie economiche. Da quel momento tuttavia non è più potuto ritornare nel suo Paese, auto-esiliandosi negli Stati Uniti. Solo recentemente è stato invitato a “tornare a casa” dalle autorità di Addis Abeba. 

Secondo il Multidimensional Poverty Index (MPI) dell'Università di Oxford del 2014, l'Etiopia è il secondo Paese più povero del mondo con circa il 58% della popolazione che vive in condizioni di grave indigenza. La regione Oromia, in particolare, è la seconda regione più povera della federazione. Molto tempo prima, già nel giugno 2007, la Commissione ONU per l'eliminazione della discriminazione razziale aveva evidenziato come le forze militari e di polizia etiopi avessero sistematicamente preso di mira alcuni gruppi etnici, e aveva segnalato esecuzioni sommarie, stupri, detenzioni arbitrarie, torture, umiliazioni e distruzione di proprietà e raccolti ai danni di membri di quelle comunità. Proprio queste emarginazioni e persecuzioni nella regione Oromia hanno costretto le giovani generazioni a protestare nelle strade, ma la risposta del governo è stata sanguinosa. Le Organizzazioni Internazionali per i Diritti Umani riferiscono di più di 500 vite umane perse, ma gli attivisti ritengono che questa cifra possa superare di gran lunga le 700 unità. Si stima che circa 20.000 o più persone siano state imprigionate, decine di migliaia ferite e scomparse; e ancora, molti di più sono stati coloro privati della terra, della casa e del lavoro.

Il gesto di Lilesa è riuscito a richiamare l’attenzione internazionale sulle ingiustizie perpetrate in Etiopia. Rappresenta una richiesta al mondo intero di stare al fianco degli Oromo nella loro ricerca di sopravvivenza e libertà. È anche un appello alle potenze occidentali a rivalutare la loro politica estera nei confronti dell'Etiopia e del Corno d'Africa nell'interesse di una reale sicurezza, dignità, stabilità, pace e sviluppo di tutti i popoli, non solo di pochi eletti.

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